La crisi di Ceuta e le politiche migratorie dell’Unione Europea

foto ANSA/Sir

Sembra che l’improvvisa crisi di Ceuta, che ha fatto tremare l’Europa, sia ormai superata. Il premier spagnolo, il socialista Pedro Sanchez, ha addirittura pubblicato la playlist delle canzoni e le letture che si porterà nelle sue vacanze a Lanzarote. Senza un solo accenno ai cento e più morti in mare e al contro-esodo doloroso dei 60 mila migranti che per un giorno hanno invaso la cittadina costiera spagnola. Se doveva con ciò tranquillizzare la propria opinione pubblica c’è da dire che ha ottenuto esattamente l’effetto contrario ridicolizzando una crisi che invece è un vero e proprio campanello di allarme non solo sul fronte delle politiche di immigrazione, ma sull’evoluzione dello scacchiere geopolitico odierno.

Cominciamo con il ricordare che le exclave di Ceuta e di Melilla (lontana quest’ultima 400 chilometri lungo la costa mediterranea del Marocco) sono due resti imbarazzanti del vecchio colonialismo europeo (in questo caso spagnolo). Che senso abbia nel 2026 mantenere possedimenti, per quanto autonomi, in altre nazioni è un vero mistero. L’unica ragione plausibile, ma in questo caso solo per Ceuta, è il suo affaccio sullo Stretto di Gibilterra.

Parlando oggi di stretti pensiamo tutti all’assurda guerra Usa-Iran per il controllo di quello di Hormuz e quindi all’importanza di mantenere il controllo, assieme agli odiati inglesi proprietari di Gibilterra dal lato spagnolo, su uno stretto di enorme importanza per l’intera Europa e il Mediterraneo.

Vi è il fondato sospetto che il Sovrano del Marocco, Mohamed VI, abbia voluto ricordare alla Spagna che le due città autonome vivono in territorio marocchino e che la loro situazione è estremamente precaria e soggetta a ripetute crisi favorite sia dall’uso dei social che avevano spinto i giovani a tentare l’assalto, sia dagli accordi neppure tanto segreti fra le autorità marocchine e i trafficanti di esseri umani. Per di più il Marocco è da diversi anni la punta avanzata dell’influenza americana in nord Africa e in Medio Oriente, avendo accettato di fare parte degli accordi di Abramo voluti dal Trump 1 per gestire la situazione intorno ad Israele e ai paesi del Golfo.

Proprio nei confronti di Trump il premier Pedro Sanchez ha riversato negli ultimi mesi tutto il suo disprezzo: non ha accettato l’aumento di spese al 5% del Pil deliberato su spinta americana dalla Nato; ha negato l’uso delle basi americane in Spagna per la guerra contro l’Iran (stessa cosa ha fatto l’Italia, ma in modo più ambiguo); ha definito senza incertezze come genocidio l’assalto armato di Israele contro Gaza.

Non vi è quindi da stupirsi che durante i fatti di Ceuta si siano levate forti le critiche di Trump contro Sanchez, rafforzate dalle invettive del suo fedele scudiero Elon Musk sempre pronto a indossare le armi contro i rappresentati della sinistra (in America sono ritornati a chiamarli comunisti!). Ad essere sinceri ci ha pensato lo stesso Sanchez a mettersi nei guai facendo passare una legge per la regolarizzazione di oltre 500 mila immigrati irregolari purché residenti sul suolo spagnolo da almeno 5 mesi, un tempo davvero ridotto. A ciò va aggiunta anche una incomprensibile sentenza della Corte Suprema spagnola che mentre accoglie la procedura di respingimento immediato per chi attraversa clandestinamente i confini terrestri, lo stesso non vale per chi arriva via mare: per questi ultimi valgono le normali lunghissime procedure per i richiedenti asilo. Di qui l’assalto a Ceuta a nuoto! Un assurdo giuridico.

A rendere ancora più ingarbugliato l’intero quadro vi è stata la reazione degli Stati europei. Tutti hanno elevato il grado di sorveglianza ai confini, come se si dovesse affrontare un’immediata invasione dal sud.

L’Italia si è distinta fra tutti decretando la sospensione del Trattato di Schengen, quello che permette la libera circolazione fra i paesi dell’Ue. Decisione politicamente del tutto strumentale sia perché Ceuta e Melilla non fanno parte di Schengen (quindi vi sono in uscita stretti controlli di frontiera), sia perché Schengen si sospende quando vi è un pericolo immediato ai confini, e a vedere la geografia non si capisce quale sia il nostro confine con la Spagna. Neppure Portogallo e Francia hanno preso una misura del genere.

Facile per gli spagnoli rispondere che a fronte degli oltre 700 mila clandestini degli ultimi anni in Italia un trattamento del genere non sia stato adottato da parte spagnola, anche per senso di solidarietà fra due paesi particolarmente esposti.

Sullo sfondo, tuttavia, la vera perdente di questa partita è stata l’Ue. Malgrado il recente varo di una legislazione comune su diritto di asilo e respingimenti nulla è cambiato. Neppure la tanto vantata Frontex, l’agenzia comune per il controllo dei confini, si è vista all’opera. La verità è che quello dell’immigrazione è un tema estremamente complesso e di carattere strettamente politico. L’Ue, come ben sappiamo, non ha né istituzioni né capacità politica per affrontare situazioni di tale complessità. Quello di Ceuta può essere quindi visto come l’ennesimo episodio per indebolire e frammentare l’Ue. Esattamente ciò su cui lavorano Trump & Company e magari lo stesso Vladimir Putin. In questo caos decisionale si perdono quindi nel vuoto anche gli appelli di papa Leone volti a difendere la dignità degli individui e il loro diritto ad una vita normale.

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