Come i pastori di oggi con gli occhi di don Bepi

Foto © Gianni Zotta

“Dovremmo valorizzare il presepio, è un segno sacro che non ferisce alcuno. Ci offre vicinanza, aiuta ad umanizzare la vita di tutti. È un’icona di cui si sente urgente bisogno”. Così ci ripeteva don Giuseppe Grosselli, insegnando a riconoscerci nei pastori di oggi. E sabato sera, al presepio cittadino a Trento, risuonava l’invito di Bertolt Brecht: “Oggi stiamo seduti, alla vigilia di Natale, noi, gente misera, in una gelida stanzetta. Il vento corre di fuori, il vento entra. Vieni, buon Signore Gesù, da noi, volgi lo sguardo: perché tu ci sei davvero necessario…”.

Ma cosa possiamo offrire, noi pastori di oggi? Al Bambino del 2022 – raccolto in una coperta di lana a quadri per proteggerlo al parco dal gelo notturno che è stato letale per un fratello egiziano nella vicina Bolzano – possiamo offrire un cuore non rassegnato o annichilito. Anche davanti alle tragedie migranti (ne parleremo a Trento nel Capodanno di pace) così come davanti alla deflagrazione della guerra dopo l’invasione del 24 febbraio scorso non vogliamo cedere allo scoramento impotente e passivo.

Sappiamo di poter offrire come credenti la forza misteriosa della preghiera personale e comunitaria, come non si stanca di ripetere papa Francesco: “Concedi il grande dono della pace, cessi presto la guerra, che ormai da decenni imperversa in varie parti del mondo, e che ora ha invaso anche il continente europeo”.

Insieme a tutti gli uomini di buona volontà vogliamo garantire sostegno alle iniziative non violente, stimolare il lento negoziato di pace (come quello prospettato da Stefano Zamagni in settembre), inviare soccorsi alle vittime innocenti dei conflitti.

Alla Santa Famiglia di Nazareth possiamo portare quanto nelle nostre case abbiamo imparato dalle tristi chiusure della pandemia: l’importanza di aprirsi, di mantenere canali di relazioni ben fluidi, di praticare un ascolto genuino, sgomberando il nostro tempo delle frequentazioni (anche digitali) che sono umanamente improduttive, come ha indicato il recente Rapporto CENSIS.

Ci facciamo carico di un’attenzione al dono della salute, alla prevenzione del disagio, ai nuovi poveri creati dalle crisi familiari e finanziarie. Promettiamo più tempo da dedicare ai nostri anziani, meno sufficienza nel considerare la solitudine di tanti ragazzi, ancora provati dall’onda lunga del Covid.

Anche noi – come i pastori che non erano tutti “buoni”, docili come le loro pecore – riconosciamo i nostri limiti, ma abbiamo imparato dal falegname di Nazareth a ridare fiducia ad ogni uomo vivente.

Lo ha espresso molto bene Vincent Van Gogh nel brano di una lettera al pittore amico Émile Bernard, declamato sabato sera al parco ex Santa Chiara: “Cristo solo […] ha affermato come certezza principale la vita eterna, l’infinito del tempo, il niente della morte, la necessità e la ragion d’essere della serenità e del sacrificio. Ha vissuto in serenità, artista più grande di tutti gli artisti, disdegnando il marmo, l’argilla e il colore, lavorando con la carne vivente. Vale a dire che questo artista inaudito e quasi inconcepibile, con lo strumento ottuso dei nostri cervelli moderni, nervosi e abbrutiti, non ha fatto delle statue, né dei quadri, né dei libri: ha fatto degli uomini viventi”.

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