La teoria del Gender ad un esame sereno

“La discussione, spesso vivace, sulla teoria – ha detto il direttore del Centro per le Scienze Religiose – arriva al capezzale di un paziente già malato”

“Noi non 'abbiamo' un corpo, ma 'siamo' un corpo e questo dovrebbe parlare una lingua univoca”

E' possibile riflettere sulla teoria del gender senza veti incrociati? Senza irrigidirsi su posizioni preconcette che hanno tanto il sapore di una scelta di campo acritica? La risposta è affermativa, ma a patto di onestà intellettuale, studio e preparazione associate a volontà di dialogo. Un esempio in tal senso è venuto dal prof. Alberto Bondolfi direttore del Centro per le Scienze Religiose della Fondazione FBK, invitato domenica pomeriggio al Centro Famiglia a Trento.

In una Giornata intensa – che ha visto confluire al mattino i membri della Commissione diocesana Famiglia, le coppie Referenti decanali e i componenti della Consulta del Centro Famiglia per un incontro congiunto concluso nel pomeriggio con la Messa presieduta dall’Arcivescovo Luigi Bressan e la preghiera per il Sinodo – si è concretizzato il desiderio di tanti di fare chiarezza o, per dirla con don Albino Dell'Eva codirettore del Centro Famiglia insieme ai coniugi Lorena e Stefano Girardi, di “avere delle chiavi critiche e non ideologiche di lettura”.

Parlando anche ai membri del Forum trentino delle Associazioni Familiari, Bondolfi, che si è definito “extracomunitario” per via della sua origine dalla valle di Poschiavo nei Grigioni, ha offerto una panoramica storica della nascita della teoria del gender per giungere alle tensioni di oggi: non solo le forti preoccupazioni espresse dal recente documento dei vescovi del Nord-Est, ma anche il risvolto giuridico e politico rappresentato dai tentativi di legiferare in merito (vedi anche il ddl in discussione al Consiglio provinciale). Bondolfi ha colto qui l’occasione per esprimere il suo vivo apprezzamento per la pagina del settimanale con i pro e contro definita “un grande segnale di dialogo”. Anche se è difficile pronunciare una parola da credenti e forse occorre rileggere il messaggio biblico con occhi nuovi: da una parte Genesi 1, 27 (“maschio e femmina li creò”) dall’altra Galati 3,28 (“Non c’è più giudeo né greco, uomo o donna”).

L’umanità si è sempre interrogata circa l’esistenza di uomini e donne da cui i miti (compreso quello biblico della creazione) e nella modernità la civiltà occidentale è ancora alle stesse domande. A partire dai secoli XVIII e XIX si sviluppa la riflessione per dare alle donne uno statuto di parità: un cammino lungo per acquisire pari diritti civili, come quello di voto.

Le discussioni sul gender rischiano di minare in parte il concetto di parità. All’interno del movimento femminista esistono due tendenze: chi sottolinea l’uguaglianza dei diritti e chi l’essere “altro” (non più essere umano, solo uomini e donne).

Un altro problema è quello dell’appartenenza: data o costruita? Per la maggior parte delle persone sembra sia il nome (assegnato alla nascita in base all’anatomia) e il successivo apporto pedagogico-culturale, per l’approccio del gender è più influente quest’ultimo (da cui la radicalizzazione dell’espressione di Simone De Beauvoir “donne non si nasce, si diventa”).

Ma non è tutto così definito, spiegava Bondolfi: se chiediamo a genetica e medicina, il cariotipo non va di pari passo con l’anatomia. Si finisce per accettare che il sesso è dato dalla natura e il genere dalla società.

Come uscirne? Esistono delle positività anche nella teoria del gender, come quello dell’attribuzione dei ruoli (una donna può decidere di fare il pilota o l’astronauta), ma per quanto riguarda l’autoattribuzione del genere l’impresa diventa più problematica. L’appartenenza soggettiva è un fenomeno molto complicato. “Noi non “abbiamo” un corpo, ma ”siamo” un corpo e questo dovrebbe parlare una lingua univoca”.

“Parlare di gender, diceva Bondolfi, non significa automaticamente riconoscere l’omosessualità e i suoi diritti”. Ma è anche vero che la comunità omosessuale ha guardato con favore alla teoria. Non si può dimenticare che la discussione sul gender nasce in un contesto culturale fortemente insicuro e sotto l’influenza delle decisioni dei tribunali che spesso hanno anticipato il riconoscimento di diritti in una legislazione in ritardo. “Il gender arriva al capezzale di un paziente già malato”. O “un giardino in disordine pieno di erbacce”.

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