Alto Adige: tornato agli onori delle cronache per futili motivi. Potrebbe essere una sintesi di quanto si è visto, sentito e letto prima e dopo il ballottaggio per l’elezione dei sindaci di Bolzano e Merano. Si potrebbe anche stendere un velo pietoso e parlare d’altro. Del resto alle considerazioni di Corrado Augias sull’italianità di Jannik Sinner e all’eco mediatica che ha avvolto (di nebbia) la vicenda della fascia tricolore ha già risposto, 77 anni fa, la Costituzione italiana. Con affermazioni che, certo, faticano a diventare cultura – persino tra gli uomini-di-cultura – dell’Italia repubblicana.
Articolo 6: “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”. Articolo 12: “La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni”. L’articolo 6 dichiara (e lo fa all’indomani di un ventennio di politica volta a eliminare le minoranze) che non è necessario essere di madrelingua italiana per appartenere alla Repubblica. Anzi, la presenza di minoranze linguistiche è un valore così importante da essere tutelato dalla stessa Costituzione, all’interno della quale si colloca niente meno che tra i principi fondamentali.
A Corrado Augias che – in modo inspiegabile per un intellettuale del suo calibro – definisce il nostro Jannik Sinner un “italiano per caso, figlio dell’ambigua situazione della provincia di Bolzano”, un “italiano riluttante”, un “italiano un po’ scolorito”, che “confessa” di parlare tedesco a casa col papà, il quale a sua volta “parla un italiano stentato conoscendone solo poche parole” – aggiunge che la famiglia vive in un paese dove “la maggior parte degli abitanti, richiesta di una dichiarazione, non nasconde di sentirsi austriaca”, confondendo l’appartenenza linguistica con quella statuale, lingua e cittadinanza – dà una bella risposta il presidente della Provincia Arno Kompatscher. “Le ho scritto questa lettera, potrà intuire, perché mi dispiace sempre molto vedere giudicata l’italianità dei sudtirolesi di lingua tedesca e ladina e perché questo mi porta a empatizzare anche verso tutte le altre patenti di italianità che vengono rivolte alle persone che – per una ragione o per l’altra – divergono dallo stereotipo classico che la narrazione del Paese ha creato nel tempo”. “Mi inquieta, infatti, vedere che ancora oggi non siamo paghi dell’insegnamento che il concetto del popolo unico, di una monolitica identità nazionale, è ciò che ha contribuito in primo luogo al disastro della prima metà del secolo scorso”.
Non contento della brutta figura, in una successiva intervista televisiva, Augias dice la sua pure sui fatti di Merano e qui veniamo a sapere che in Alto Adige c’è un problema irrisolto o, meglio, “che noi come Repubblica non siamo riusciti a risolvere” e che il problema è una “maggioranza di lingua austriaca” che “è italiana perché sta nei confini della Repubblica, ma non si sente italiana, parla stentatamente italiano” e via di seguito. Lingua austriaca. No comment.
Restiamo a Merano. Innanzitutto, per dire che probabilmente i due sindaci, quello uscente e quella entrante, sono rimasti imprigionati in dinamiche che non avevano voluto né previsto. Il siparietto, all’apparenza, si svolge col primo che impone la fascia alla seconda che se la sfila. Il video fa il giro dello Stivale e suscita reazioni di vario tenore. Un caso scuola, se vogliamo, per chi studia le dinamiche di confine (e non solo).
Ora, si diceva, l’articolo 12, che ci descrive i colori e la forma del tricolore, specifica che si tratta della “bandiera della Repubblica”. Della Repubblica. Prendiamo una reazione a caso, tra quelle che hanno animato i social: si tratterebbe di un “grave atto nei confronti di tutti gli italiani di Merano”. Intendendo con “italiani” i “meranesi di lingua italiana”.
Perché mai la vicenda della fascia tricolore – per interpretare la quale non basta avere un profilo social e nemmeno, ahimè, essere iscritto all’albo dei giornalisti – dovrebbe offendere i meranesi di lingua italiana e non tutti gli altri? Oppure viceversa? Il corto circuito culturale che mette in luce il gesto di Katharina Zeller è l’identificazione impropria tra stato e nazione. Il discorso è lungo e riguarda il rapporto degli italiani (degli europei, degli americani e così via) con un nazionalismo, a volte espresso, a volte nascosto sotto la cenere.
Il fatto è che lo stato, a partire dall’800, viene identificato con la nazione. Lo “stato nazionale”. Ma la nazione è un costrutto ideologico, soprattutto, appunto, quando viene identificata con lo stato, che invece è una realtà giuridica. Questa identificazione è un frutto avvelenato di quei nazionalismi che hanno causato dall’800 a oggi decine di milioni di morti.
Se non ci piace dire che è un costrutto ideologico allora diciamo che “nazione” è un concetto antropologico. Secondo l’enciclopedia Treccani è “il complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla sua realizzazione in unità politica”. Nazione e stato dunque non si sovrappongono. Però attenzione, se la lingua è elemento costitutivo della nazione e la bandiera è impugnata come simbolo della nazione, allora si capisce che le minoranze linguistiche (comprese quelle “di lingua austriaca”, là dove esistesse davvero) possano avere con essa un rapporto controverso.
Secondo la nostra Costituzione la bandiera non è simbolo “della nazione”, ma “della Repubblica”, quella che tutela le minoranze. È emblema di una comune cittadinanza. Non dei “meranesi di lingua italiana”. Se usata come feticcio nazionale e/o nazionalistico – come avvenuto in questi giorni – cessa di essere un “simbolo” (qualcosa che unisce), diventa un’arma impropria e allora davvero è meglio sfilarsela. In ogni caso, se deve essere un’arma, lasciamola maneggiare solo a chi ha il porto d’armi (cioè, la conoscenza della storia e il rispetto dell’altro).