«E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!»

14 dicembre 2025 – Domenica III Avvento A

Is 35,1-6a.8a.10; Sal 145; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11

«E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!» (Mt 11,6)

In questa terza domenica d’Avvento, continuiamo il nostro cammino alla scoperta di Gesù, di Colui che attendiamo. La prima parte del testo (vv. 2-6) presenta il dubbio di Giovanni. Perché proprio il Battista, che aveva riconosciuto in Gesù il Messia (3,11), ora manifesta perplessità? Dal carcere ha certamente sentito parlare delle “opere” di Gesù (Mt 8-9): «i ciechi vedono e i sordi odono» (Is 29,18; 35,5); «gli zoppi camminano» (Is 35,5); «i morti risuscitano» (Is 26,19) e «i poveri sono evangelizzati» (Is 61,1). Perché dubitare?

Forse Giovanni vive la contraddizione di un Messia che non lo libera, o forse la sua perplessità nasce dal fatto che Gesù è diverso dal Messia atteso e da lui annunciato (3,10-12). Gesù non condanna, ma porta la vicinanza di Dio, un Dio-Padre che incontra la persona là dove si trova, che non esclude ma lascia persino alla zizzania lo spazio per crescere (13,24-53). È un Dio che sceglie la via della misericordia, della mitezza, perché è il Dio-servo (12,18-21). La tensione tra il volto minaccioso del giudice e quello umile e mansueto di Gesù è così forte da turbare persino Giovanni.

Nel proseguire del cammino, lo scandalo generato dal Figlio dell’uomo diventa sempre più radicale. Gesù sceglie di farsi uno con il fratello che soffre; di rendersi impuro accogliendo pubblicani e prostitute, toccando malati e morti. Sceglie di attraversare il dolore come via per un’incarnazione totale: piange sull’amico morto, sperimenta l’abbandono degli amici e del Padre, muore solo nel disprezzo della folla. Gesù morendo si fa veramente “carne”, uno con noi. In tutto questo, Gesù rivela il volto debole, mite e povero di Dio, il suo rimpicciolirsi per farsi compagno di strada della creatura: come non scandalizzarci di un Dio così?

Gesù risponde al dubbio di Giovanni in modo indiretto, insistendo sull’udire e vedere (11,4), per riportare il Battista alla sua vocazione. Il profeta è colui che sa guardare “oltre” l’apparenza per scorgere l’agire di Dio nella storia. È l’uomo dell’ascolto, che attende la Parola per divenire “voce”. Quando gli inviati si allontanano, Gesù rende testimonianza su Giovanni (vv. 7-11). Il Battista non è «una canna sbattuta dal vento»; non è un «uomo avvolto in morbide vesti»; non è un potente, né una figura che attrae. Chi è dunque Giovanni? È un profeta, anzi molto di più… perché a lui è stato dato di vedere il Messia, di riconoscerlo presente nella storia.

Eppure, la venuta di Gesù provoca una rottura che Giovanni stesso sperimenta nella carne ed esprime nel dubbio. Il Regno porta una radicalità che soltanto i “piccoli” possono cogliere (11,7-15). Gesù continua parlando di un minimo più grande di Giovanni. Con i Padri della Chiesa, mi piace pensare che Gesù parli di sé. Gesù è il piccolo, il discepolo: non si presenta come un asceta e non ha l’autorevolezza e la fama del Battista. È il piccolo che s’identifica con i “piccoli” (Mt 18,5), e che alla fine dei tempi vorrà essere riconosciuto negli emarginati, nei poveri, nei rifiutati di ogni società (Mt 25,35-40). Comprendiamo allora perché Gesù può (e forse deve) essere oggetto di scandalo, di confronto, di domanda: è un Dio diverso dalle nostre attese.

In questa terza domenica d’Avvento, lasciamoci scandalizzare anche noi da Colui che attendiamo. Accogliamo il suo volto disarmato, lasciamoci provocare dalla sua debolezza, e impariamo a riconoscerlo là dove non pensavamo potesse abitare: nel dolore, nella fragilità, nella carne ferita del mondo.

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