21 dicembre 2024 – Domenica IV Avvento A
Is 7,10-14; Sal 23; Rm 1,1-7; Mt 1,18-24
«Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa» (Mt 1,20)
Le letture di oggi completano il percorso alla scoperta di Colui che attendiamo, offrendoci l’esperienza di Paolo e di Giuseppe. Scrivendo alla comunità di Roma, Paolo rivela chi è Gesù – «nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, … Gesù Cristo nostro Signore» (Rm 1,4) – e come l’incontro con Lui ha dato senso alla sua vita (v. 5). Diversamente da Paolo, Matteo non annuncia l’identità di Gesù ma la racconta, iniziando con la genealogia che precede il nostro testo (1,1-17). L’evangelista vuole così allargare l’orizzonte dall’evento della nascita all’origine del Cristo, già presentato come «figlio di Davide», il Messia atteso (1,1).
Giuseppe, ultimo anello della catena umana, è descritto come uomo chiamato a rischiare tutto per aderire a un progetto che non gli appartiene. Accade infatti qualcosa che sconvolge la sua vita (v. 18): la donna amata, già legata a lui da una promessa pubblica di matrimonio, «si trovò incinta». Matteo non descrive i sentimenti di Giuseppe, ma ne sottolinea la giustizia (v. 19). Nel linguaggio biblico, il giusto è colui che segue con gioia la Torah e la vive integralmente (cfr. Sal 1,2). Alcuni leggono l’inquietudine di Giuseppe in relazione a ciò che la Torah richiedeva: denunciare pubblicamente Maria (cfr. Dt 22,20-27; 24,4). Altri, identificando la giustizia con la misericordia, leggono in questa chiave la sua decisione: separarsi segretamente dalla sposa. Ma si tratta di una non-soluzione: ogni separazione richiedeva, infatti, un documento e almeno due testimoni. Inoltre, il mancato trasferimento nella casa dello sposo e la gravidanza di Maria non potevano restare nascosti. La domanda resta: qual è il legame tra la giustizia di Giuseppe e la sua scelta?
Credo che la giustizia di Giuseppe non consista nella decisione, ma nell’interrogarsi, nel cercare la volontà di Dio. Guardando ad Abramo (1,1), vediamo che la giustizia non è obbedienza cieca, ma cammino di ricerca alla sequela di un Dio mai posseduto, sempre oltre. Come per Abramo, anche per Giuseppe la giustizia è discernimento. Il giusto è colui che, fedele all’alleanza e camminando nella luce della Torah, cerca di cogliere l’azione salvifica di Dio anche se nascosta nelle feritoie della storia.
In ascolto dell’angelo, Giuseppe scopre che la sorgente della salvezza è la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Ora, nella pienezza del tempo, la Presenza si fa carne in Gesù di Nazareth, figlio di Maria, sua sposa. Con quest’ultimo tassello, la rivelazione è compiuta. Dio ha un progetto che non realizza in solitudine, ma in comunione con il suo popolo, attraverso una catena di generazioni, di uomini e donne in cammino. Nel kairos della storia c’è una nuova creazione: Dio si rende Emmanuele in un figlio di Davide e di Abramo.
Perché ciò accada, è necessaria l’adesione umana. La possibilità della presenza di Dio tra noi è affidata alla libertà dell’uomo, alla “giustizia” dei suoi figli. Dio non forza Giuseppe, ma entra in dialogo con lui e lo rassicura: «Non temere». Fidandosi della Parola, Giuseppe scopre la presenza di Dio nella sua vita e nel rapporto con Maria; ora può abbracciare una “giustizia superiore” (5,20), percorrendo un cammino di fede in cui rischia tutto per divenire segno della perfezione dell’unico Padre (5,48).
Ormai vicini al Natale, chiediamoci: chi è Gesù per me? Come lo rendo presente nella mia e nella nostra storia?