«Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto»

28 dicembre 2025 – Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe – A

Letture: Sir 3,2-6. 12-14; Sal 127; Col 3,12-21; Mt 2,13-15. 19-23

«Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto» (Mt 2,13).

Le letture di oggi ci ricordano che la gioia della nascita s’intreccia quasi sempre con la prova. Come continuare ad essere famiglia nella crisi?

La prima lettura ci conduce alle radici: la saggezza. Non è un dono astratto della mente, ma un frutto che germoglia tra le voci di casa, nei gesti semplici che tessono legami. In questo laboratorio di vita si impara ogni giorno l’amore per l’altro e per il mondo, attraverso l’assunzione delle proprie responsabilità e la cura di chi ci è più prossimo.

La seconda lettura spiega che per resistere nella tempesta occorre rivestirci di tenerezza, bontà, mansuetudine e perdono. Alla logica della competizione, Paolo oppone l’amore: un amore che si abbassa, riconcilia, abbatte barriere e genera relazioni nuove nella coppia e nella famiglia.

Il Vangelo si apre con un paradosso: la terra promessa, governata da Erode, diventa luogo di persecuzione, mentre l’Egitto, la casa della schiavitù, si trasforma in rifugio per il vero Re. La Sacra Famiglia vive l’esperienza della migrazione forzata: notiamo che per quattro volte ricorre l’espressione «il bambino e sua madre» (vv. 13. 14. 20. 21), per indicare la realtà di una famiglia fragile, in fuga, vulnerabile. Come milioni di famiglie che oggi attraversano confini e deserti, Maria e Giuseppe devono abbandonare tutto per salvare la vita del loro bambino. Ogni famiglia in fuga porta con sé questo stesso fragile tesoro: i figli, il futuro, la speranza.

Gesù condivide, dunque, la condizione dei più vulnerabili, di chi fugge dalla violenza. Matteo lo chiama sempre «il bambino», termine che indica impotenza e rifiuto delle logiche di potere. Il racconto sottolinea così la totale dipendenza del Messia: non può salvarsi da solo, ha bisogno della protezione di Giuseppe, del coraggio di Maria, dell’ospitalità dell’Egitto.

Il massacro dei bambini di Betlemme, omesso dalla liturgia (vv. 16-18), rivela la ferocia di chi si aggrappa al potere. Matteo collega questo dramma all’esilio del popolo d’Israele: «Una voce si ode da Rama, pianto e lamento grande: Rachele piange i suoi figli e rifiuta di essere consolata» (v. 18). Rachele è figura di ogni madre e padre che continua a piangere vittime della guerra e della migrazione. Le sue lacrime, come le lacrime delle madri di Betlemme, sono le lacrime delle madri palestinesi, ucraine, sudanesi, congolesi, siriane… lacrime che la Scrittura riconosce come la forza capace di strappare a Dio la promessa di vita nuova.

Nel dramma, Matteo concentra la nostra attenzione su Giuseppe, che ascolta e obbedisce alla Parola di Dio ricevuta attraverso l’angelo (vv. 13-14; 20-21). L’ultima Parola lo conduce a Nazareth, nella “Galilea delle genti” (Mt 4,15), terra di confine e di mescolanza, terra accogliente. Qui Giuseppe conclude il suo esodo, avendo compiuto la sua missione e custodito la vita del «bambino e di sua madre».

Ogni famiglia che oggi resiste alla violenza e rischia tutto per salvare i propri figli ripercorre lo stesso cammino. Come discepoli di Gesù, migrante e rifugiato, siamo chiamati a riconoscere in ciascuna di esse la Sacra Famiglia: ad essere l’Egitto che accoglie, non Erode che respinge. Le nostre comunità sono chiamate a diventare “Galilea”, luoghi di accoglienza dove le famiglie ferite possano trovare rifugio e speranza.

Chiediamoci: Come ci lasciamo trasformare dal bambino fragile che Giuseppe custodisce, e quali gesti di accoglienza possiamo compiere perché le famiglie ferite trovino in noi segni di speranza e di vita nuova?

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