«Non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento»

15 febbraio: Domenica VI – Tempo Ordinario A

Letture: Sir 15,15-20; Sal 118 (119); 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37

«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17).

Prima di intraprendere il cammino quaresimale, la liturgia ci invita a riflettere sul rapporto tra legge e responsabilità. L’autentico credente sa tenere insieme legge e vangelo, obbedienza e libertà: è in questa sintesi che nasce la responsabilità, non come peso ma come risposta matura all’amore di Dio.

Nella prima lettura, il saggio si oppone a chi attribuisce a Dio la responsabilità del male: l’essere umano è libero e, proprio per questo, chiamato a rispondere delle proprie scelte. La persona responsabile non si nasconde dietro circostanze o persone, non cerca alibi, ma assume su di sé il peso e le conseguenze del proprio agire. È un invito a uscire dall’infantilismo spirituale che scarica su altri ciò che nasce dal nostro cuore.

Il Vangelo sembra introdurre una tensione: da un lato Gesù afferma di non abolire la Scrittura (vv. 17-20), dall’altro le sue parole sembrano segnare un passaggio dall’autorità della Torah all’autorevolezza del Cristo (vv. 21-37). Per superare la contraddizione, occorre leggere il brano come una sfida a cogliere il significato profondo della Scrittura, riconosciuta da Gesù come parola viva. Il suo agire e le sue parole confermano la verità della Legge, ma aprono un “oltre”: Gesù attualizza la Torah nell’oggi del popolo, perché «dare pieno compimento» significa restituire alla Legge la sua bellezza originaria, la sua capacità di generare vita e di custodire relazioni.

Le sei situazioni paradigmatiche presentate da Gesù culminano nell’amore aperto a tutti (vv. 43-47), lo stesso amore del Padre che «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni». Non si tratta di antitesi né di superamento della Legge, ma di un ritorno al suo significato originario, quello che sgorga dal cuore del Padre. Matteo propone perciò una comprensione profetica della Legge, una rilettura che la renda contemporanea a ogni generazione: nella relazione con Cristo, la Legge ritrova il suo valore di guida al rapporto con Dio e con il fratello.

Gli esempi che seguono mostrano che la responsabilità del discepolo non può chiudersi nella lettera del comandamento. «Non uccidere» non riguarda solo l’eliminazione fisica dell’altro: si può uccidere nel cuore, perché l’odio è già omicidio (vv. 21-22). Ma dallo stesso cuore può nascere la scelta difficile del dialogo e del perdono, anche verso chi non lo sa chiedere, e la ricerca ostinata della riconciliazione (vv. 23-26). La stessa responsabilità è richiesta nelle relazioni di coppia: l’altro/l’altra è un terreno sacro in cui incontrare Dio. Ogni mancanza di rispetto, ogni “oggettivazione” è adulterio, così come ogni forma di violenza è omicidio (vv. 31-32). L’ultimo esempio riguarda la parola: ogni parola del discepolo ha peso perché pronunciata davanti a Dio. Per questo non possono esistere ambiguità o compromessi: la semplicità del «sì, sì – no, no» richiama l’autenticità che ogni parola e ogni gesto portano con sé (vv. 33-37).

È forse questa adesione al cuore della Legge la sapienza misteriosa evocata da Paolo nella seconda lettura: una sapienza rivelata nella croce, dove la Legge trova il suo compimento nell’amore che si dona e nel perdono che si offre. La croce non abolisce la Legge, ma la porta alla sua verità più alta: l’amore che salva.

E noi, come viviamo oggi la nostra responsabilità: aggrappati alla lettera o affidati allo Spirito che trasforma? Quali volti, quali situazioni concrete ci chiedono un passo di verità, perché attraverso di noi qualcuno possa intuire la tenerezza del Padre?

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