“No” al referendum costituzionale sulla giustizia da parte delle Acli Trentine

La facciata principale del Tribunale di Trento. Foto: ufficio stampa PAT

Le Acli trentine hanno scelto di votare “No” al prossimo Referendum sulla giustizia, aderendo alle iniziative dei Comitati che si sono formati al fine di respingere la riforma proposta della maggioranza del Parlamento e dal Governo.

Nelle prossime settimane verranno promosse diverse iniziative nei territori riservando peraltro una particolare attenzione alle diverse opinioni che si confrontano in questo referendum confermativo al fine di contribuire a sviluppare una coscienza critica e responsabile da parte dei cittadini e delle cittadine. Anche per questo le Acli invitano l’opinione pubblica a partecipare responsabilmente al voto al di là degli schieramenti e delle opinioni che si confrontano. Venerdì 20 febbraio alle 11 ci sarà una manifestazione in piazza Pasi, a Trento. Saranno presenti i rappresentanti di Acli, Anpi, Arci e Cgil.

Di seguito e in allegato il testo della mozione approvata dal Consiglio provinciale delle Acli Trentine:

In vista del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo le Acli trentine intendono richiamare tutti i cittadini e le cittadine all’importanza della partecipazione e al senso di responsabilità che caratterizza questa consultazione. Un referendum confermativo affida infatti ai cittadini il compito di approvare o respingere una riforma della Costituzione già approvata dal Parlamento, ma senza la maggioranza qualificata dei due terzi ed esclusivamente con i voti della maggioranza governativa.

In primo luogo sentiamo il dovere di contribuire a un dibattito serio e informato su temi che toccano il cuore della nostra democrazia: l’equilibrio tra i poteri dello Stato, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura.

Nel complesso riteniamo però che la riforma presenti criticità rilevanti. In primo luogo perché si tratta di un’iniziativa che proviene esclusivamente dal Governo e non dal Parlamento, al quale, con l’imposizione governativa sia sulla maggioranza che sull’opposizione, è stato impedito di apportare anche la minima modifica al testo. In questo caso corre l’obbligo di ricordare le parole di Piero Calamandrei, un autorevole padre della nostra Carta fondamentale, il quale richiamava la necessità che in materia costituzionale il Governo non interferisse nel dibattito, lasciando al Parlamento il compito esclusivo di elaborare proposte condivise dalle varie forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione.

In secondo luogo preoccupa la scelta di mantenere la data indicata del 22 e 23 marzo anche in presenza di una nuova iniziativa promossa da 15 cittadini, i quali hanno presentato una nuova proposta referendaria sottoscritta da oltre 500.000 elettori ed elettrici. Una proposta che, pienamente accolta dalla Corte di Cassazione anche con la riformulazione del quesito originario, quanto meno, avrebbe dovuto prevedere un margine temporale maggiore per il dibattito e l’informazione, spostando di alcune settimane la data del referendum.

In questo contesto, in cui sembrano prevalere posizioni ideologiche e politiche di parte e non l’interesse per una giustizia, non solo giusta, ma anche efficiente, le Acli rilevano il rischio che un cambiamento costituzionale di questo tipo miri unicamente all’indebolimento dell’autonomia della magistratura, senza incidere nel concreto sui tempi della giustizia e sul “giusto processo”.

Nel merito della proposta referendaria rileviamo inoltre come la separazione delle carriere sia di fatto già prevista dal nostro ordinamento (legge Cartabia n. 71 del 17 giugno 2022) e che i passaggi di funzione tra magistratura giudicante e requirente siano statisticamente trascurabili essendo inferiori all’1% annuo, oltre a tutto essendo previsti in modo assai restrittivo (una sola volta nella vita, solo nei primi dieci anni e con l’obbligo di cambiare regione). Non esiste pertanto un problema di complicità fra giudici e Pubblici ministeri, esiste semmai il rischio, una volta diviso l’attuale CSM, di una maggiore ingerenza della politica nell’amministrazione della giustizia confermata peraltro anche dal metodo del sorteggio imposto per la composizione dei membri laici dei due CSM proposti, le cui liste dei sorteggiabili sarebbero comunque di competenza del Parlamento, con la prevalenza della sua maggioranza e quindi del governo stesso. Dall’unico CSM attuale si passerebbe addirittura a tre nuovi organismi, compresa la nuova Corte di disciplina, con una moltiplicazione di sedi, di personale e di risorse per il loro funzionamento.

Riteniamo in conclusione questa riforma inefficace rispetto ai reali problemi della giustizia, che non vengono affrontati, inefficiente rispetto agli obiettivi che il Governo si è posto e foriera di possibili rischi per una progressiva trasformazione e delegittimazione della magistratura.

Le Acli trentine parteciperanno pertanto al voto del prossimo referendum nell’intento di non confermare la legge costituzionale in esame, aderendo ai comitati del “NO”.

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