A quattro anni esatti dall’invasione russa, il bilancio è straziante come a Gaza, una tregua lontana. In pochi giorni di ciclone Harry, altre mille vite sono finite nelle acque del Mediterraneo. Ci si indigna, ma disperare o rassegnarsi non serve. Il poeta Franco Arminio propone un punto di vista che ci sembra propositivo, anche se esigente: “Io guardo ogni cosa come se fosse bella. Se non lo è, vuol dire che devo guardare meglio…”.
Nella poetica civile di Arminio, dunque, tutto o quasi tutto dipende dal nostro sguardo. Ovvero dalla sua profondità, che vuol dire non fermarsi all’apparenza, agli slogan faziosi pro e contro, al disappunto menefreghista.
Ma anche dalla responsabilità che vogliamo prenderci difronte a quanto vediamo, altro che restare spettatori indifferenti. E infine dalla decisione di fare la nostra parte, di segnalare il problema e sostenere chi lo affronta. O prendersene personalmente cura, nel proprio ambito. Prendiamo, l’Ucraina allora. Lo sguardo profondo è quello di chi non liquida le vittime come “effetto collaterale” di ogni guerra. Sa distinguere fra aggressore e aggredito, fra popolazioni e governanti. Sa denunciare la spirale dell’orrore (come l’arruolamento di soldati africani come mercenari per la Russia). Con la responsabilità di riconoscere gli errori storici e anche le attuali “convenienze” ai tavoli della pace. Con la necessità di sostenere i familiari nel nostro Paese nei loro lutti (“parlavano” i venerdì scorso in piazza Duomo i volti dei giovani ucraini uccisi riprodotti sui pannelli della manifestazione cittadina) e di dare una mano alle associazioni di volontariato che portano ambulanze e viveri ai confini delle guerre. “Guardando meglio” si coglie e si partecipa di una comune fraternità che fa crescere germogli anche fra le macerie.
Sui migranti morti fra le tempeste di Harry lo sguardo deve farsi ancora più attento: in troppi si chiudono gli occhi o addirittura colpevolizzano le vittime (“non dovevano partire”), negando quello che è il sacrosanto diritto alla mobilità e il dovere di una sana politica d’integrazione. Per i cristiani poi lo sguardo si fa vicinanza alle famiglie dei morti, preghiera interreligiosa e appoggio ai volontari della ONG Mediterranea Saving Humans che al largo di Trapani ha dato voce al loro grido. Papa Leone sarà a Lampedusa il prossimo 4 luglio: ci indica così una doverosa reazione, “non come esponenti di un partito o tifosi di una squadra – ha detto Lorefice, arcivescovo di Palermo -, ma come donne e uomini che vogliono rimanere fedeli al senso dell’umano”.
Lo sguardo di Arminio non è quello che anestetizza il dolore o che addolcisce le amarezze: fanno parte della vita. È quello che sa far emergere la prepotenza del bene sull’istintività della cattiveria, le ragioni del collettivo sugli interessi miopi del singolo. Facile ritrovare lo sguardo nuovo (che cerca e trova bellezza) nei brani evangelici di Quaresima: “Vi inviterei ad attraversare questi giorni tenendo gli occhi sullo sguardo di Gesù” – ci ha detto l’Arcivescovo in Duomo nel mercoledì delle Ceneri – che è uno sguardo di speranza”, perché “Dio spera in noi, ha fiducia in noi, scommette su di noi”. Quindi, “fissiamo i nostri occhi nel suo sguardo”.