26 aprile: Domenica IV di Pasqua A
Letture: At 2,14a.36-41; Sal 22; 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10
«Dalle sue piaghe siete stati guariti» (1Pt 2,24).
Le letture di oggi offrono un percorso di educazione alla missione. Nella prima, Pietro annuncia il dono della salvezza, radicato nel perdono e garantito dal sigillo dello Spirito (At 2,36-41). Nel vangelo, la missione scaturisce dalla relazione con Gesù-pastore (Gv 10,1-10).
Questo essere missione è mirabilmente attestato nella prima lettera di Pietro sulla quale vorrei soffermarmi. A una comunità vulnerabile, composta da persone scartate e perseguitate per la fede nel Crocifisso-Risorto, l’autore annuncia che proprio in questa marginalità, in questo sepolcro in cui l’irrilevanza li ha rinchiusi, la loro presenza è annuncio di vita, segno di speranza, pietra che costruisce, sacerdozio che offre tutto e tutti a Dio (2,5.9). La loro comunione è il tempio nuovo, la cui esistenza suscita domande perché è segno di speranza e salvezza persino per i loro persecutori.
Come può accadere questo? Come può il silenzio della piccolezza e della marginalità divenire annuncio? Come possono le ferite testimoniare speranza?
La lettera presenta l’identità cristiana come un seme umile e nascosto, che può trasformare ogni cultura e porre in discussione ogni sistema di potere. Le comunità a cui si rivolge non sembrano avere all’origine personalità autorevoli, ma anonimi discepoli: forse qualcuno aveva ascoltato l’annuncio del vangelo altrove; oppure la novità di Cristo li aveva raggiunti attraverso mercanti, ufficiali di passaggio o altre famiglie che vivevano nello stesso quartiere.
L’autore non si rivolge, inoltre, ai leader della comunità, ma a schiavi (2,18), donne (3,1), famiglie, persone qualunque ferite nella loro umanità (2,11; 4,12-19). Piccoli gruppi dispersi in un impero ostile che teme la loro fede e osserva i loro riti con sospetto. Sono denominati con un termine dispregiativo, “cristiani” (4,16) e sono considerate estranei, non appartenenti.
Quale forma assume, allora, la missione secondo la lettera? Penso che si possa descrivere come un percorso dalle ferite di Cristo alle ferite del mondo. La croce, percepita come segno di maledizione (Dt 21,23; cf. Gal 3,13) o indice di fallimento (Lc 24,20-21), interpretata alla luce della figura misteriosa del Servo del Signore (Is 53), è proposta come stile di presenza, annuncio e sorgente di speranza: «Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio, perché seguiate le sue orme… dalle sue piaghe siete stati guariti» (1Pt 2,24-25).
La partecipazione alle sofferenze di Cristo, l’abitare le sue piaghe, rende giudei e gentili il popolo di Dio: gli «stranieri nella dispersione» (1,1) sono dunque già ritornati a casa. Per questo, la guarigione operata dalle ferite di Cristo è espressa con l’immagine del gregge ricostituito (v. 25): discepoli dispersi, chiamati dalle genti, sono ora ricostituiti come popolo, nella libera sequela del pastore e custode della loro identità.
Comprendiamo allora il significato di un’invocazione molto cara a S. Ignazio di Loyola che le comunità cattoliche del Ghana pregano durante ogni celebrazione eucaristica: «Nascondimi dentro le tue piaghe». Dimorando nelle piaghe del Risorto, possiamo comprendere senza nemmeno bisogno di parole, il grande amore con cui siamo amati. Lì possiamo porre la nostra casa, gioire della nostra fragile dignità ed offrire la nostra vulnerabilità risorta come dono di speranza per chiunque incrocia il nostro cammino.
Chiediamoci: conosciamo davvero le nostre ferite? Le abbiamo abitate, o solo coperte? Come possono divenire segno di risurrezione?