Una voce dal fiume: “Potremmo mai perdonare?”

I coniugi Laura Perselli e Peter Neumair

Sulla ciclabile a nord di Trento il vento del pomeriggio sembra voler affrontare a muso duro la corrente dell’Adige.

Passando di là, fino a pochi giorni fa, si notava tra gli arbusti l’andirivieni di mezzi anfibi dei Vigili del Fuoco. Si è cercato invano per due mesi un corpo; le acque hanno restituito sua moglie, ma di lui, del padre del giovane che ha soffocato i genitori, nulla, nemmeno un vago indizio sommerso. Mentre la natura tutto attorno manda segnali inequivocabili di risveglio primaverile, nella mente si affollano i pensieri: può sorgere uno squarcio di luce nell’indicibile buco nero di questa tragedia della porta accanto?

Potrà mai esserci una via d’uscita di fronte a un dolore tanto lacerante?

Da quelle rapide sembra, allora, alzarsi una voce, come di un personaggio dantesco, che riavvolge il nastro della propria vita rivolgendosi a chi l’ha inesorabilmente spenta: “Figlio mio, l’acqua sferza ancora gelida, ma non può scolorare i ricordi. Ho davanti i tuoi occhi sbarrati e irosi dell’ultimo istante, ma non li riconosco. Nella memoria, piuttosto, riaffiora nitido lo sguardo tremolante di quando avevi una gran paura del buio e correvi a infilarti sotto le coperte accanto a me e a tua madre. Il giorno in cui sei nato non capivamo più nulla, perché un figlio è così: ti fa volare alto, ti senti appagato, parte attiva della creazione. Non fai altro che parlarne con chiunque incontri e ti sembra che tutto, improvvisamente, debba ruotare attorno a lui. Tu per noi non eri da meno. Facemmo altrettanto per tua sorella, certo, ma per te ci fu l’indubbio privilegio del primogenito.

Un figlio è lo specchio in cui tendi a riflettere le tue paure, gli errori, le frustrazioni. E vorresti evitargli ogni inciampo. Poi comprendi che la vera consolazione sta nel vederlo camminare con le proprie gambe e cercare la strada migliore dove far fiorire i suoi sogni, anche se fossero anni luce lontani dai tuoi.

Ti assicuro, Benno, che anche per te ce l’abbiamo messa tutta, per lasciarti tracciare la tua strada: impervia o improbabile, comunque tua. Avremmo senz’altro compiuto molti sbagli, ma ogni tentativo di “scuoterti” era per provare a renderti protagonista della tua vita e non spettatore annoiato. Si è vissuto tra sorrisi e volti tesi, gioie autentiche e ansie penetranti. Con te hanno spesso prevalso queste ultime, ne siamo consapevoli. Al punto, infine, da iniziare addirittura a temere per le tue possibili reazioni. Ci dicevano di vigilare, ma un padre e una madre non potrebbero mai immaginare quell’estremo, incomprensibile, gesto.

Noi ci eravamo impegnati a darti la vita e a tutelarla: tu ce l’hai tolta! E la tua azione violenta ci ha privati anche della possibilità di perdonarti. Un genitore, finché gli rimarrà fiato, non smetterà di alitare parole di perdono per il sangue del proprio sangue. Ma ora? Come potremmo farlo, se non ci è rimasta più voce?”.

Il passo avanza sullo sterrato sabbioso sul bordo del fiume e quell’immaginario lamento strozzato s’allontana come un’eco a ritroso, sospinto dalle folate graffianti. I pensieri s’arrovellano sempre più e di fronte a una pagina ancora indicibile di cronaca, nei giorni della settimana che i credenti dicono santa, cercano consolazione. Forse solo il Dio messo in croce dai suoi figli, eppure capace di perdono, la può arrecare.

Buona Pasqua, Laura. Buona Pasqua, Peter.

 

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