“10 secondi di terrore, poi lo schianto”: cinquant’anni dalla prima strage del Cermis

Foto di Gianni Zotta

“Purtroppo questa nostra edizione che voleva essere improntata alla speranza primaverile deve registrare un fendente di immane tristezza per la sciagura del Cermis, in cui hanno perso la vita 42 persone“. Si apriva con queste parole il numero di Vita Trentina del 14 marzo 1976. Sono passati esattamente cinquant’anni dal 9 marzo 1976. Erano le 17 e 19 quando la cabina che stava scendendo dal Cermis cadde nel vuoto. Un salto che provocò la morte di 42 persone. Ci fu un’unica sopravvissuta: Alessandra Piovesana.

Il servizio che Vita Trentina dedicò alla tragedia venne curato da Alberto Folgheraiter, che seguì l’arrivo delle famiglie delle vittime nella palestra dell’ospedale di Cavalese, trasformata in camera ardente all’indomani della tragedia. “In cambio di mio figlio mi hanno dato un pezzo di carta”, disse il padre di Erwin Bazzanella, 18 anni, di Montesover, prima di abbandonarsi alle lacrime. Erwin non avrebbe dovuto trovarsi su quella funivia. Il 9 marzo del 1976 cadeva la sua giornata libera dal lavoro come cameriere al “Paion” del Cermis, ma siccome il giorno successivo avrebbe dovuto recarsi ad una visita militare chiese di rimandare il turno di riposo.

“Cavalese – si conclude il racconto di Folgheraiter -, come tutta la valle, oggi è in lutto. Lo testimoniano esteriormente le bandiere abbrunate, lo dicono a caratteri cubitali i cartelloni affissi lungo le strade di Fiemme. Ma è solo una briciola di quel dolore che ognuno si tiene dentro o manifesta con sommessi commenti. C’è un silenzio irreale per le vie di Cavalese, un silenzio che grida dolore, costernazione, rabbia, sgomento. Siamo tornati nel pomeriggio accanto al relitto della cabina della funivia: qualche curioso, qualche bagliore di sole fra le lamiere stritolate dal carrello. Nessuno parla. Solo gli occhi, gonfi di lacrime, dicono la disperazione della gente, senza nome, per 42 vite che al tramonto di ieri sono state spezzate da una fune d’acciaio, artefice di una tragedia che non trova confronti nel libro amaro della cronaca nera”.

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