“Siamo testimoni di un’ennesima tragedia del mare e dell’indifferenza, consumatasi negli stessi giorni in cui, nelle calde aule di Bruxelles, si festeggiava l’approvazione della nuova proposta di regolamento per i Rimpatri dei cittadini stranieri. Una misura che consentirà alla “civile” Europa di rispedire i migranti nei loro paesi, assoggettandoli a misure sempre più restrittive destinate a colpire i diritti e le tutele dei più vulnerabili”. Lo dice al Sir Oliviero Forti, responsabile del Servizio accoglienza e integrazione migranti e rifugiati di Caritas Italiana, dopo il naufragio avvenuto oggi al largo dell’isola, che ha causato almeno 19 morti a causa del maltempo e del freddo. “Quando il corpo entra nello stadio avanzato dell’ipotermia, i brividi cessano, il sangue si addensa e il cuore, esausto, smette di battere. Il cervello, in uno straziante paradosso, può perfino illudere la vittima di avere caldo mentre la vita la abbandona. Questo è quanto accade a una persona che muore di freddo. Oggi, i corpi di 19 naufraghi, tra cui due bambini, sono giunti a Lampedusa e il referto medico è stato inequivocabile: deceduti per ipotermia. Il freddo, goccia dopo goccia, ha spento la loro resistenza e la loro voglia di futuro”.
Forti sottolinea “il paradosso più oscuro di questi giorni”. “Da un lato, il Mediterraneo continua a restituire corpi, vittime di un freddo che non ha avuto pietà; dall’altro, Bruxelles stringe le maglie dei diritti, approvando norme che allontanano ancora di più la possibilità di una accoglienza degna di questo nome. Mentre qui si muore di freddo, lì si discute di respingimenti. Mentre due bambini chiudono gli occhi per sempre, aggrappati al petto dei genitori nel tentativo disperato di trovare calore, nei palazzi del potere si brinda a un’Europa che si fa fortezza, sempre più chiusa, sempre più distante da quel mare che continua a fare il suo mestiere più crudele: restituire i corpi dei migranti. È in questo paradosso, tra chi muore di freddo nel Mediterraneo e chi brinda nei palazzi del potere, che siamo chiamati a celebrare la Pasqua del Signore”.
LA TESTIMONIANZA DEL PARROCO DI LAMPEDUSA, DON CARMELO RIZZO
“Siamo tutti scossi. Una cosa è parlarne, un’altra è viverlo”. È la testimonianza di don Carmelo Rizzo, parroco di Lampedusa, dopo il naufragio avvenuto oggi al largo dell’isola, che ha causato almeno 19 morti a causa del maltempo e del freddo. “Tra l’altro qua c’è brutto tempo, vento e acqua, e quindi si fa quello che si può”, racconta, sottolineando l’impegno dei soccorritori “Meno male che c’è la Croce Rossa”. Il sacerdote parla di “stragi che si possono evitare” e confessa lo smarrimento di fronte all’ennesima tragedia: “Non so nemmeno che dire, per l’ennesima volta”. Quindi rilancia il grido che si leva da Lampedusa: “Garantire viaggi sicuri per queste persone che cercano un po’ di speranza”.
Drammatiche le immagini dei soccorsi: “Vedere gente che scendeva in ipotermia così, più morta che viva. Viene da dire: perché ancora?”. Don Rizzo allarga lo sguardo pensando alle guerre che causano morti in tutto il mondo, aumentando anche i flussi migratori e richiama le parole di Papa Francesco: “Affinché non accada più, non solo preghiamo, facciamo qualcosa”. Alle porte della Pasqua, l’augurio del sacerdote siciliano è che la risurrezione di Gesù porti realmente pace e che questa possa regnare innanzitutto nei cuori. “Come si fa a dormire in pace sapendo che le cose si potrebbero evitare? Non è che ce l’abbiamo con il politico di turno, questo o quell’altro, però diciamo: perché? La domanda che viene è: perché ancora?”. Di fronte a quanto accade, prevale il senso di impotenza: “Sembra quasi che assistiamo in maniera passiva a tutto questo”. Infine l’impegno della comunità: “Noi naturalmente pregheremo per tutti, per le vittime, per i familiari, anche per chi esce in mare con queste condizioni meteo per soccorrere. Anche loro rischiano con un mare così, però lo fanno. Lo fanno perché ogni vita è sacra e va salvata”. Una comunità locale che si raccoglie in una preghiera definita “semplice, accorata” per le vittime e i loro familiari, in uno spirito aperto e condiviso anche con i migranti di fede musulmana.