Dopo quasi un mese di guerra e all’incirca 6mila fra missili e droni lanciati da Teheran verso Israele e le basi americane nel Golfo, Donald Trump canta vittoria un giorno sì e l’altro pure. Sembra che il Presidente americano, oltre che di megalomania, soffra anche di preoccupanti vuoti di memoria. Durante la campagna elettorale e nei primi mesi alla Casa Bianca amava ricordare a tutti che una guerra americana in Medio Oriente era da evitare. Portava come esempio negativo la decisione di un altro Presidente repubblicano, George W. Bush, che aveva fatto seguire all’Afganistan (2001) un ingiustificato attacco militare anche all’Iraq nel 2003. Dopo quasi vent’anni Kabul era ritornata nelle mani degli estremisti Talebani, mentre l’Iraq sunnita del dittatore Saddam Hussein, condannato a morte per impiccagione, veniva sostituito da un governo sciita complice del regime di Teheran.
Di fronte a questo disastro politico era facile per Trump dire ad alta voce “mai più”! Ed infatti eccolo qui alle prese con il nemico di sempre, l’Iran, che gli tiene fermamente testa malgrado le roboanti dichiarazioni trumpiane di avere distrutto l’intero arsenale militare degli odiati Ayatollah. Peccato che missili e droni continuino a cadere non solo su Israele ma su quasi tutto il Medio Oriente, dal Kuwait alla Giordania, dalla Turchia al Bahrein con alcune puntate perfino a Cipro. Per di più non si è visto neppure un accenno della tanto invocata insurrezione di popolo contro il regime teocratico; i Pasdaran, inoltre, mantengono uno stretto controllo sullo Stretto di Hormuz; nulla si sa dei depositi nucleari nascosti dagli Ayatollah dopo il pre-bombardamento israelo-americano del giugno scorso, dopo il quale Trump dichiarava gongolante al mondo intero di avere eliminato il potenziale nucleare con miracolose bombe di profondità. Ed invece la guerra è ricominciata, con gli stessi obiettivi di allora. Bush nel 2003 si era inventato il rischio nucleare in Iraq e ciò era bastato per attaccarlo, ma senza una reale strategia politica. A quei tempi i neoconservatori americani pensavano di abbattere i regimi dittatoriali portando la democrazia “sulle punte delle baionette”, come si diceva allora. Si riteneva in questo modo di estirpare il terrorismo Jihadista che aveva abbattuto le due torri di New York. È successo esattamente il contrario e il terrorismo mediorientale, tramite l’Isis, si è diffuso in mezzo mondo. Ma, va ripetuto, la memoria di Trump cambia a seconda del suo umore e del suo sentimento di invincibilità.
Per eliminare Saddam Hussein, Bush si rese conto che era necessario andare oltre le cosiddette bombe intelligenti e completare l’opera con “boots on the ground”, i marines americani. Si premurò tuttavia di costruire a monte una coalizione di volonterosi da pescare all’interno della Nato. Anche allora ci furono defezioni da parte di alcuni governi europei, Francia e Germania in testa. Noi italiani abbiamo invece risposto positivamente all’appello di Bush. Oggi invece non solo Trump non ci ha chiamato a raccolta, ma si è al contrario premurato di non avvisare nessuno dell’imminente attacco. Solo quando si è accorto che la guerra lampo contro l’Iran era una pia illusione ha cominciato a protestare contro quei “codardi” europei che non si erano precipitati a dargli una mano. La verità è che l’Iran, malgrado gli indubbi danni militari, è nelle condizioni di infliggere danni ancora maggiori agli Stati Uniti. La guerra contro l’Iran non è una guerra mondiale, neppure a pezzi come amava predire papa Francesco, ma una vera e propria guerra globale. In effetti, le azioni militari di Iran, Israele e Usa colpiscono ovunque nel mondo gli approvvigionamenti energetici, i commerci, le esportazioni anche di prodotti per l’agricoltura dal Golfo, le finanze ed economie globali strette fra venti di recessione ed inflazione. La ragione è principalmente lo Stretto di Hormuz oggi sotto il tiro dei Pasdaran iraniani. Perfino un giovane studente avrebbe compreso che l’arma perfetta era costituita dal controllo sullo Stretto e la geografia in questo caso aiuta l’Iran. Ma che il potente esercito statunitense non mettesse nel conto la necessità di controllare fin dall’inizio lo Stretto lascia ancora oggi allibiti. Chiamare gli europei ad occuparsene lancia un messaggio di disperazione da parte di Trump.
Ai tempi di Bush non vi erano certo gli effetti globali che vediamo oggi. La guerra rimase largamente circoscritta alla regione. Per di più allora la Russia era debolissima e all’inizio dell’era di Putin, mentre la Cina concentrava tutte le sue forze nel fare crescere la propria economia. Oggi la Russia gestisce con ferocia e determinazione la propria guerra in Europa e la Cina vede con favore lo spostamento militare degli Usa dall’Indo- Pacifico al Medio Oriente. Entrambe ne traggono un enorme vantaggio sul piano geopolitico e godono quindi di maggiore libertà nel portare avanti le loro politiche di potenza ed influenza. A perderci saranno ancora una volta gli europei, contrari giustamente alla guerra mediorientale, ma incapaci di inserirsi nel grande gioco diplomatico che prima o poi dovrà chiudere l’ennesimo capitolo guerresco dello smemorato Donald Trump.