La legge e gli scartati

La realtà appare diversa, profondamente diversa, a seconda che la si guardi dal basso, dal margine, dall’esclusione, dalla povertà, dal bisogno, oppure dall’alto, da una situazione di normalità, benessere, inclusione, appartenenza, salute, opportunità e potere. Chi sta in alto, chi detiene un potere, fosse pure quello indubbiamente provvidenziale di offrire aiuto e solidarietà a chi sta in basso, fintanto che non scende al loro livello, guardando all’altezza degli occhi gli scartati da un sistema iniquo che ingrassa una minoranza di élite vincenti, a scapito di milioni di impoveriti, non potrà mai capire il dramma di chi è costretto a rosicchiare in ogni modo uno spazio di vita per sé e per i propri cari.

E allora non c’è da meravigliarsi che sul tema dei migranti ci siano, come per altro in genere per quanto riguarda poveri, emarginati, carcerati, posizioni tanto diverse e spesso contrapposte. Tutto dipende dalla lettura che si fa della realtà, da quale posizione la si osserva e a quali principi civili ed etici si fa riferimento. La nostra Costituzione, unitamente alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e alle varie convenzioni internazionali, dovrebbe essere riferimento imprescindibile; invece succede il contrario, sia in campo politico, sia nel sentire di molti. Si inizia dal linguaggio, volto a rimarcare una differenza tra noi e loro, dove loro sono appunto i più disgraziati. I poveri sono necessariamente brutti, sporchi e cattivi. Talvolta lo sono, ma non meno di noi. I migranti sono sempre clandestini (qualcosa di oscuro, occulto, segreto) perché dire irregolari non suona abbastanza ostile. Ci si rifà alle leggi in vigore per sostenere le proprie ragioni, il proprio punto di vista avverso a costoro, dimenticando che le leggi sono fatte da noi, a nostro uso e consumo. In nome della “sacralità del sabato” non si esita a sacrificare l’uomo, che appare sempre meno sacro di qualsiasi altra cosa. Certo, dinanzi a fenomeni complessi, nessuno ha la soluzione tecnica in tasca; rimane vero però che a fare la differenza sia ciò che si vuole mettere al centro: il bene delle persone, oppure il profitto, la convenienza politica, il facile consenso delle masse, magari, come avviene sovente, utilizzando in modo cinico timori e paure o enfatizzando fatti di cronaca?

Rattrista sentire anche tanti che si definiscono credenti sostenere visioni e soluzioni politiche e sociali caratterizzate per il loro essere oppressive, quando non addirittura liberticide; Cpr e decretazioni d’urgenza varie nel segno della repressione. Per costoro sarebbe più che mai urgente venisse loro restituito il Gesù dei Vangeli, perché quello che credono di conoscere non mi pare somigli molto all’originale. Siamo in tempo pasquale, in cui abbiamo appena fatto memoria di quel Gesù condannato a una morte infamante, non perché lo avesse voluto Dio, ma per decisione delle autorità religiose e politiche, che non potevano accettare una persona come lui che scardinava alla radice i presupposti di ogni potere volto a opprimere le persone, che poneva al centro il bene dell’uomo anche a discapito dell’osservanza del comandamento ritenuto più importante, il riposo del sabato, che si riteneva fosse osservato anche da Dio.

La croce non è un gioiello da portare appeso al collo, né un cimelio da esibire, a cui inchinarsi mentre si continua a crocifiggere i condannati di oggi. Non possiamo dimenticare che i Romani in Palestina usarono la crocifissione come castigo per i sovversivi che si ribellavano all’Impero. Gesù fu crocifisso non tra due ladroni o malfattori, ci dicono gli studiosi, ma tra due sovversivi, dal momento che il termine usato per definirli è lestaì, che lo storico Flavio Giuseppe utilizza per indicare i ribelli politici. La morte di Gesù in croce è fonte di salvezza per noi, non perché ha sofferto terribilmente, ma perché ha amato fino a morire, dimostrandoci a quale punto estremo possa giungere l’amore misericordioso del Padre, testimoniandolo nel corso di tutta la sua vita. In che modo? Come sintetizzato negli Atti degli Apostoli, “sanando e beneficando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui”. Paolo afferma che tutta la legge si riduce all’amore per gli altri. Noi possiamo forse agire e fare diversamente senza sentirci bruciare dalla vergogna definendoci cristiani?

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