Addio a Traudi de Concini, artista dall’animo francescano

Il sorriso di Wolftraud de Concini

Ha lasciato attoniti nel Perginese ma anche nel mondo artistico e letterario trentino la scomparsa a 86 anni di Wolftraud de Concini, per tutti Traudi, fotografa, traduttrice e scrittrice, che pochi giorni fa aveva presentato un nuovo progetto teatrale e letterario sulla figura di San Francesco che tanto l’aveva affascinata.

Nata in Repubblica Ceca e cresciuta nella Bassa Sassonia, viveva in Italia dal 1964 e si era distinta per la produzione etnografica e letteraria sulle minoranze linguistiche delle Alpi italiane. Con l’artista Olimpio Cari aveva stretto un’unione anche artistica (fino alla morte del pittore rom), che era stata apprezzata in varie mostre di pittura e fotografia.
Anima vulcanica e sempre in ricerca, arricchita dalla curiosità intellettuale in tanti viaggi e dalla contemplazione quotidiana della natura nella sua casa agli Assizzi di Pergine, Traudi era un’intellettuale semplice e colta, una persona solare e fantasiosa, capace di grande amicizia. La sua opera fotografica più nota risale al 1983 quando – a seguito di una condivisione di qualche settimana dentro la vita del convento trentino della Cervara – aveva dato alle stampe il suo reportage “Frati, cari fratelli”, apprezzato per decenni come album fotografico e testimonianza della vita religiosa in evoluzione: emblematica la scelta della copertina con un frate che salta in bicicletta.

Era lo sguardo femminile che entrava (forse per la prima volta) in un convento maschile, ma di questa sua prospettiva femminile, rispettosa e tenera, sono segnati anche tutti i suoi lavori successivi e gli ultimi libri dedicati al mondo delle sue origini boeme (“Walli” e “Le scarpe di Klara”), usciti per i tipi di Publistampa, presentati non solo a Pergine e apprezzati da tanti lettori.

Fra le tanti arti, de Concini amava anche la musica – al punto da esercitarsi col violoncello pure dopo gli ottant’anni – nonché la poesia e il disegno a mano.

Recentemente, facendoci dono della sua amicizia, ci aveva mostrato anche gli schizzi con cui corredare alcune sue originali riflessioni attorno alla vita di San Francesco d’Assisi: ne aveva riscoperto il messaggio attraverso una monaca clarissa e un viaggio in Umbria, di cui mostrava come ricordo il “tau” che portava al collo. Ne aveva fatto un progetto, per realizzare un libro e una lettura sul palco con “Il teatro delle quisquilie”, la compagnia che gestisce il Teatro San Marco di Trento. A proposito aveva lanciato poche settimane, anche attraverso le pagine di Vita Trentina, una raccolta di fondi per portare a termine questo lavoro francescano.

Come tanti che l’hanno conosciuta, possiamo oggi ringraziare Traudi per l’impronta di umanità, spiritualità e inquietudine che ci ha lasciato apprezzare. Sentiamo forse il rammarico di non aver saputo valorizzare al meglio la sua genuina e insaziabile ricerca, come avrebbe meritato. Ora può anche lei “correre” e “danzare” come il “suo” Francesco, mentre nella redazione di Vita Trentina rimane il coloratissimo quadro di Olimpo che ci aveva donato un anno fa.

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