«Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»

17 maggio: Ascensione del Signore A

Letture: At 1,1-11; Sal 46; Ef 1,17-23; Mt 28,16-20

«Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

L’Ascensione è una festa paradossale, dove la partenza diventa promessa di presenza. Gesù cessa di camminare con i discepoli sulle strade della Galilea ma affida loro una missione immensa: «Andate e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli e insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19). È il tempo della maturità e della responsabilità ed è un momento di transito in cui i discepoli sono chiamati, ancora una volta, ad abbandonare la sponda familiare per una terra sconosciuta.

La prima lettura racconta questo passaggio con un’immagine suggestiva: i discepoli restano a fissare il cielo mentre Gesù scompare nella nube. Serve un intervento “dall’alto” per scuoterli dal torpore: «Perché state a guardare il cielo?» (At 1,11). È un rimprovero gentile ma fermo perché il luogo dove incontrare il Risorto non è lassù, ma qui, nel volto di chi ci sta accanto, nelle periferie del mondo, ovunque c’è un fratello, una sorella da raggiungere.

In questo cammino i discepoli non sono soli. Gesù promette lo Spirito Santo (At 1,8): è lo Spirito che sospingerà la comunità da Gerusalemme fino agli estremi confini del mondo, che donerà coraggio nella persecuzione, che aprirà strade imprevedibili. Tutta la narrazione degli Atti è attraversata da questo soffio potente che travolge ogni resistenza e ogni paura, conducendo il vangelo da Gerusalemme a Roma, dal centro della fede al cuore dell’impero.

Il vangelo offre una prospettiva diversa. L’Ascensione non è descritta come separazione ma comunione “eternizzata”: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (v. 20). Il Risorto continua ad essere l’Emmanuele – il Dio-con-noi annunciato all’inizio del racconto (1,23) – presente ovunque «due o tre» dono riuniti nel suo nome (18,20). Mi piace notare che l’evangelista Matteo colloca questa scena non in Gerusalemme, la città santa, ma nella «Galilea delle genti» (Mt 4,15), terra di confine e di mescolanza. Il Risorto invia i suoi non dal centro ma dalla periferia, non dal luogo del potere religioso ma da quello dell’incontro con il diverso. La missione nasce ai margini perché il vangelo raggiunga ogni angolo della terra, perché ogni popolo possa sperimentare la salvezza.

La seconda lettura, infine, “contempla” la signoria del Risorto: Cristo è stato costituito al di sopra di ogni potere, ed ogni cosa è stata posta sotto i suoi piedi (Ef 1,23-23). Ma il suo trono non è un seggio di dominio: è servizio, è dono di sé, è amore inginocchiato e crocifisso. La comunità dei discepoli è chiamata a comprendere la bellezza della propria chiamata ad essere il corpo di Cristo nel mondo, il prolungamento della sua umanità nella storia dei popoli, perché anche attraverso di noi il Risorto possa continuare a camminare sulle nostre strade, a toccare le ferite, a guarire, a consolare.

L’Ascensione apre dunque il nostro tempo, il tempo della chiesa discepola, perennemente in uscita. È una chiesa che non vive per se stessa, per la propria organizzazione o sopravvivenza, ma per il servizio del Regno, in costante attesa della sua venuta. Per questo è una chiesa che «non può lasciare indietro nessuno, non può permettersi di tenere a distanza chi arranca, non può chiudersi nel suo gruppetto di relazioni confortevoli; che non cerca fughe dal mondo, che non conosce nemici ma solo compagni di viaggio» (papa Francesco).

Chiediamoci: continuiamo a fissare il cielo o ci lasciamo inviare verso i fratelli? Quale chiesa stiamo costruendo?

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