I prezzi degli immobili continuano a salire, poco importa se nel mentre gli immobili invecchiano, il prestigio acquisito della regione conferisce loro valore: il benessere diffuso del Trentino-Alto Adige (confermato dalle annuali classifiche) fa lievitare gli affitti e specialmente nei centri urbani: trovare un alloggio è difficoltoso per tutti, ed in certi casi bisogna accontentarsi di una “sistemazione”. La domanda fa difficoltà a comprimere in metri quadri le richieste di chi viene da fuori ed è così che studenti e in particolare lavoratori si ritrovano a fronteggiare un’offerta che va verso l’alto, spinta anche dagli affitti brevi a locazione turistica. Del problema abitativo discutiamo con il regista Federico Scienza e la regista Manuela Boezio che si apprestano a presentare il loro nuovo documentario “Non c’è casa in paradiso” al Trento Film Festival (nella sezione Proiezioni Speciali), in programma mercoledì 29 aprile alle 18.30 al cinema Modena.

“Non c’è casa in paradiso” è il vostro terzo lavoro assieme. Il tema abitativo continua a declinarsi nelle vostre opere, da dove nasce questa esigenza di racconto?
Federico: “Il nostro approccio è un approccio sociale. A noi piace fare film che abbiano un senso per la comunità, che la raccontano e che possano informare su temi che secondo noi hanno una rilevanza per tutti. Qualche anno fa, nel 2013, stavamo girando in Alto Adige un film su dei migranti, e ci siamo resi conto delle loro grosse difficoltà nel trovare casa; già allora il tema era molto sentito in Alto Adige, e già cominciava a sentirsi anche in Trentino. Riteniamo sia un tema che possa influenzare la vita di tutti noi, anche di chi una casa la possiede. Le case hanno un impatto economico importante sulla comunità dato che sono beni con prezzi molto più alti rispetto al salario medio del territorio.”
Il documentario spazia tra Bolzano e l’Alto Garda, che storie avete scelto di rappresentare?
Federico: “Abbiamo girato nei due epicentri dell’emergenza abitativa in regione. I protagonisti sono Lucrezia, una donna del Lazio che si è trasferita in Trentino con marito e due figli, e che ricevuto lo sfratto tornerà in Lazio. In Trentino raccontiamo anche la realtà di “Sportello casa per tutti”, un’associazione nata in seno al Centro Sociale Bruno, che assiste gli affittuari a fine locazione in difficoltà a negoziare con i proprietari di casa. Negli ultimi 3-4 anni hanno intrapreso una lotta di stampo sindacale che ha iniziato a cambiare le cose in Trentino; da quando si sono messi in campo per evitare gli sfratti, anche ITEA (che in Trentino dispone di 1400 appartamenti vuoti) ha radicalmente cambiato il proprio atteggiamento verso gli inquilini sotto sfratto. Ora gli sfratti vengono spesso rimandati di 12 mesi. E fortunatamente si lasciano le famiglie dentro casa.”
Manuela: “Nel nostro film i protagonisti provengono da categorie svantaggiate; ciò che li accomuna è il fatto che sono tutti lavoratori e tutti con un contratto a tempo indeterminato. Il fatto che queste persone debbano vivere per strada o in tenda in condizioni igienico sanitarie ai limiti, in una realtà come la nostra è vergognoso, e la politica sembra “distratta” a riguardo. Tante famiglie sono coinvolte, e da un giorno all’altro anche i ragazzini che vanno a scuola rischiano di finire per strada. Nel film non parliamo di gente che non vuole più pagare l’affitto, gli sfratti che abbiamo seguito (sia ad opera di privati, che dagli enti pubblici) sono avvenuti per fine locazione, non per morosità. Non è concepibile che non ci siano alloggi di emergenza, e che i lavoratori stessi del settore turistico debbano preoccuparsi di non avere un tetto. Finché questa cosa non colpisce il cittadino medio, non vuole dire che il problema non esista. Se pensiamo all’ambito scolastico, sanitario o alle forze dell’ordine i lavoratori vengono da fuori, attratti dagli stipendi più alti rispetto ad altre zone, poi però si trovano a fronteggiare questa situazione e in certi casi se ne vanno.”
Come si relazionano con la telecamera i soggetti del documentario? Come li avete incontrati?
Manuela: “Con i protagonisti ci si sceglie a vicenda, sulla base di un rapporto di fiducia ed una apertura da parte loro: quanto sono disposte le persone a mettere le proprie problematiche davanti alla telecamera? A Bolzano abbiamo filmato una coppia di peruviani, forse i latinoamericani hanno meno inibizioni nel raccontarsi. Sempre a Bolzano abbiamo raccontato la storia di un ragazzo marocchino che, nonostante regolare contratto di lavoro, vive in una tenda nel bosco.
Il merito per cui siamo riusciti a portare a termine il documentario lo dobbiamo in particolare alla forza di due madri di famiglia, che hanno avuto il coraggio di andare oltre il senso di colpa che investe queste persone quando non riescono a sostenere la propria famiglia – una colpa per la quale non hanno alcuna responsabilità. Spesso si trovano fuori di casa perché il proprietario vuole cambiare la natura della locazione. Ciò genera un’etichetta sociale come “inaffidabile” e si rischia a quel punto di perdere il lavoro oltre che i figli, separati in questo caso dai servizi sociali. I maschi rischiano così di finire per strada, mentre le donne – quando va bene – in case di accoglienza o ostelli”.
Federico: “Un altro motivo per cui ci siamo dedicati a persone con sfondo migratorio è che gli italiani non parlano di questo tema, anzi, negano il problema ed hanno difficoltà a stare davanti alla telecamera, o in comunque godono di una rete sociale che permette loro di attutire gli effetti della crisi che viviamo.”
Le locazioni turistiche giocano un ruolo preciso nell’emarginare le fasce più deboli o vi sono altre dinamiche?
Federico: “Magari nelle città lo si sente meno, ma abbiamo parlato con dei ragazzi della Val Badia che vivono una situazione di estremo disagio sociale, dato che gli spazi di ritrovo diminuiscono, in quanto tutti gli spazi sono orientati al turismo; così la comunità tende a sciogliersi. Il problema casa sta snaturando le comunità. Tornando ai 1400 appartamenti vuoti in dote ad ITEA, questi sono distribuiti su tutto il territorio, ma in particolare nelle zone turistiche; questi appartamenti fanno la differenza perché tolgono dal mercato immobiliare delle persone che aumentano la pressione abitativa.”