Quest’anno la celebrazione del 25 aprile 1945 come Festa della Liberazione (istituita dalla legge n. 260 del 1949) si salda strettamente con l’80o anniversario dell’inizio dei lavori dell’Assemblea Costituente. Lavori che dopo un anno e mezzo avrebbero dato vita alla nostra Carta fondamentale, sintesi di principi e di prescrizioni distillate dalle grandi tradizioni politiche democratiche, riunitesi per ricostruire e liberare il Paese dalle macerie materiali e morali lasciate dalla dittatura fascista e dagli esiti del conflitto.
Una ricorrenza che dovrebbe diventare paradigmatica per orientare tutti i livelli del pensare e dell’agire politico (da quello locale a quello globale) rispetto alle derive che affliggono il nostro tempo: i contesti internazionali registrano una involuzione senza precedenti, contraria a prospettive di convivenza pacifica; non si contano le crisi che possono rappresentare seri pericoli per il futuro dell’umanità, che stanno modificando profondamente gli assetti geopolitici, negando ogni diritto internazionale; disconosciuto il diritto dei popoli ad avere una propria patria e dei cittadini a non essere vittime dei conflitti, così come la titolarità del diritto di ogni persona alla libertà e al riconoscimento della propria inviolabile dignità.
Anche a questo dovrebbe richiamare una ricorrenza che tutti gli italiani hanno l’obbligo di ricordare per riconoscere il successo della lotta di Liberazione che ci ha reso una patria libera, indipendente, repubblicana.
La Resistenza ha dato vita alla Costituzione repubblicana, sintesi dei diritti e dei doveri per una nazione capace di autodeterminarsi e indirizzare la propria sovranità al ripudio della guerra e di ogni discriminazione, all’apertura delle prospettive nazionali a quella che De Gasperi chiamava “la nostra patria Europa”.
In merito al significato del 25 aprile, ogni anno si registrano molti distinguo da parte di vari esponenti politici, rispetto a quanto è stabilito da una legge dello Stato per definire una data simbolica per l’unità nazionale, segnando la fine di un’epoca dominata dalla crisi di civiltà sfociata nei grandi totalitarismi.
A ricordarcelo le deportazioni degli ebrei nei campi di sterminio, le stragi di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema, delle Fosse Ardeatine, la carcerazione, le torture e le esecuzioni sommarie degli oppositori. Fatti le cui responsabilità non possono essere messe in discussione. Così come quella data costituisce la cesura che ha definito il ritorno dell’Italia e dell’Europa alla libertà e alla democrazia.
Conviene sempre aver presente il monito di Primo Levi: «Meditate che questo è stato». Più che una frase è un’epigrafe, che riflette tutto il valore e l’importanza della memoria.
Risulta sempre complicato ridare vita a una memoria offuscata, per il rischio di soffocarla con le celebrazioni e con la retorica. Nondimeno, però, mai come oggi è vero che celebrare il passato vuol dire guardare dentro di noi, confrontare il presente e fare un esame di coscienza.
Ecco che allora la celebrazione del 25 aprile non può isolarsi dall’attuale contesto internazionale che pare integri la prospettiva di nuovi squilibri e di una terza guerra mondiale in atto. Così come non può isolarsi dalla difesa del lavoro, dalla lotta alla precarietà, alle discriminazioni, all’indifferenza, all’intolleranza, alla costruzione di muri, al terrorismo, alla corruzione politica e burocratica, all’usurpazione della sovranità, all’omologazione, allo spreco, all’oblio, alla paura.