Non era un alpinista provetto, anzi soffriva di vertigini Bob Kennedy, ma l’ardimentosa scalata nel 1965 del monte dedicato a suoi fratello John è una parabola moderna che riscalda il cuore.
L’ha raccontata nel dettaglio oggi pomeriggio al salotto letterario di MontagnaLibri in piazza Duomo Antonio Marchesi (nella foto di Gianni Zotta), studioso del mitico senatore americano assassinato a 42 anni nel 1968, che ha riconosciuto in quest’avventura alpinistica gli ideali già narrati nel fortunato saggio “Responsabilità e compassione. Il mondo nuovo di Bob Kennedy” (ViTrenD 2924). Il ciuffo inconfondibile di Bob spunta dalllo zaino d’alta quota nelle immagini rare della salita ad una inviolata cima della catena dello Yukon, vicino al più noto monte Sant’Elia. Molto legato al fratello, con il quale aveva condiviso l’impegno politico e per il quale stava conducendo un attento lavoro a servizio dei diritti civili e della pace, Kennedy accettò di ricordarlo partecipando a quella spedizione sponsorizzata dal National Geographic e molto seguita da tanti americani. Fisico atletico, vocato al football americano, Bob Kennedy non aveva però dimestichezza con corde e piccozza (come si vede anche da alcuni filmati d’epoca), ma accetto con fiducia di essere guidato al campo base e poi fin sulla cima da una delle stelle dell’alpinismo a stelle e strisce: Jim Wittager, primo americano a salire l’Everest nel 1963. A “fare notizia” furono anche gli allenamenti selettivi per la spedizione che videro Kennedy coprire in disinvoltura la distanza di 80 chilometri che separano Whashington da Camp David con una “marcia forzata” alla quale anche Famiglia Cristiana dedicò una delle sue notizie illustrate. Un allenamento che ebbe anche un risvolto trentino perchè un alpino valsuganotto, Lino Pruner, riuscì a contattare Kennedy proprio in quell’occasione, come racconta Strenna Trentina nell’edizione 2026, anniversario della nascita di Kennedy.
Passo dopo passo media americani seguirono la salita, nella quale Bob si era cimentato nonostante tanti avessero scommesso sul suo abbandono.
Per gli amminisntratori e i politici americani – come ha ben documentato Leonardo Bizzarro, esperto di storia dell’alpinismo, nell’affiatato dialogo con Marchesi – il rapporto con le imprese alpinistiche si è rivelato significativo in più occasioni, a conferma che porre la propria bandiera più in alto di tutti assumeva sempre valori simbolici. Se Bob Kennedy riusciì a piantare l’insegna della sua famiglia il merito va soprattutto alla guida Wittager, che aveva condiviso i suoi ideali politici così come volle accompagnarlo fra le insidie dei crepacci. “Fu lo stesso Bob Kennedy – ha concluso Marchesi – a leggere quella scalata fondata sull’amicizia con Jim come una prova di coraggio, di determinazione e di buona volontà, parallela alle altre imprese che egli aveva in serbo”. L’ultima commovente ascesa sarà invece quella del funerale verso la collina di Arlington, dove ci sarà lo stesso Wittager insieme ad altri amici a portare la bara dell’amico ucciso, un uomo che avrebbe potuto cambiare la storia dell’America e del mondo, come lascia intuire il sorprendente libro di Antonio Marchesi, premiato in vari concorsi nazionali. Particolare curioso: nella foto del funerale si scorge anche il volto di un ragazzo, quel John Kennedy junior che ora è diventato collaboratore di fiducia di Trump, impegnato in ben altre imprese.
