In Friuli quasi mille morti e centomila sfollati: nel Trentino un’autentica mobilitazione

La notizia

In fraterna partecipazione alla sciagura che ha colpito le popolazioni del Friuli, la Comunità Ecclesiale tridentina, dei cui sentimenti e disponibilità si era fatto fin dal primo momento interprete il nostro Arcivescovo presso il Pastore di Udine, intende ora rendere concreta la propria solidarietà con opere che possano riuscire di sollecita utilità ai fratelli che si ritrovano in grave necessità.

Dopo un primo invio – su espressa richiesta dell’Arcivescovo di Udine al nostro Arcivescovo da parte della Caritas Tridentina di due camion con coperte, materassini, e lettini da campo, insieme con un contributo di cinque milioni di lire, presso la sede della Caritas Tridentina è in atto la raccolta di offerte di denaro e indumenti. Inoltre giovani, volontari si sono messi a disposizione della Caritas per la raccolta di altri indumenti e coperte per preparare un nuovo carico: essi sono muniti di presentazione scritta, e portano un bracciale di riconoscimento.

Vita Trentina n. 20 del 16 maggio 1976

Il ricordo del terremoto del Friuli resta ben presente non solo fra chi lo subì, ma fra chi lo sentì, pur trovandosi lontano dall’epicentro, con quel tremare della terra che parve interminabile perché si prolungò per quasi un minuto. Anche a Trento, quella sera del 6 maggio 1976 alle 21, chi si trovava nelle strade, con uffici e negozi ormai chiusi, avvertì la sensazione di un mondo intero – case, alberi, marciapiedi – che gli si scuoteva intorno facendogli mancare il terreno sotto i piedi. Nel centro storico cadde qualche tegola, qualche vaso dai balconi, chi era nelle strade cercò riparo sotto i portici che meglio reggono alle scosse, o sotto gli stipiti delle porte. Impressionò subito il grande silenzio che scese sulla città, le prime luci accese che si spensero, il tremito della terra che si prolungava (non ci si rende conto di quanto sia lungo un minuto…). Si capì subito che qualcosa di grave era avvenuto, anche se in città non si manifestavano crolli vistosi.

Chi provò a telefonare dai bar (non c’erano telefonini) trovò le linee interrotte perché i ponti radio dei ripetitori sui monti, dai quali passava la maggior parte dei segnali telefonici e tv, si erano sfasati con la scossa e nell’incertezza l’ansia e la paura aumentarono.

Si aprì una notte carica di tensioni perché in una zona che non era percepita come sismica da chi l’abitava, si temevano anche le mura di casa, i soffitti, gli intonaci, tanto che molti cercarono bivacchi provvisori in parchi e giardini.

Solo al mattino si seppe che il terremoto si era verificato con epicentro fra i villaggi di Gemona e Artegna, che era stato di forte intensità (con magnitudo 6,5 della scala Mercalli) che era stato percepito in tutta l’Italia del Nord con distruzioni e macerie soprattutto nel Friuli.

Si venne poi a sapere che era stato il quinto terremoto più distruttivo che avesse mai colpito il Paese, con quasi mille morti (965 il numero ufficiale) e centomila sfollati: un disastro urbanistico e una tragedia umanitaria che suscitò, però, un’immediata condivisione nel Paese con generosi interventi di aiuto e solidarietà a tutti i livelli, nelle istituzioni e nel volontariato.

Nel Trentino, ai lembi del sisma, ma con molti edifici soprattutto storici lesionati, vi fu un’autentica mobilitazione materiale e morale come l’articolo di “Vita Trentina” riporta. Ma gli aiuti andarono oltre i necessari interventi economici e rivelarono un’autentica partecipazione popolare ai drammi del terremoto. Furono molte, infatti, le realtà familiari e alberghiere che si misero a disposizione per ospitare gli sfollati rimasti senza casa. Anche nel 1909, in occasione del tragico terremoto di Messina, vasta era stata la mobilitazione trentina in aiuto della lontana regione italiana, tanto che numerose famiglie avevano adottato i bimbi rimasti orfani dei genitori, ma per il Friuli la mobilitazione fu ancora più vasta e resta come un esempio cui fare riferimento in occasione di calamità naturali.

Si recarono tempestivamente sul posto le squadre dei Vigili del Fuoco Volontari e dei “permanenti” guidate dal loro comandante, l’ingegner Nicola Salvati che contemporaneamente si preoccupò di promuovere una verifica sulle condizioni di sicurezza e staticità degli edifici pubblici (scuole, ospedali…) e sulle case, molte rurali, mentre si mobilitava anche la politica su impulso soprattutto del consigliere Alberto Crespi, per assicurarsi che le prescrizioni antisismiche già presenti nella legislazione provinciale venissero osservate con meticolosità: passaggi di sostanza, non atti formali.

Il terremoto del Friuli confermò, infatti, come anche la zona trentina di corrugamento alpino, compresa fra le grandi linee di frattura geologica della Pusteria e delle Giudicarie, fosse a rischio di sommovimenti tellurici, mentre gli effetti del sisma friulano avevano rivelato come anche le zone più lontane dall’epicentro riflettessero le scosse con maggiore intensità in presenza di falde acquifere come si verificò nei quartieri di Trento Sud, perché le falde d’acqua sono incomprimibili, non assorbono neppure parzialmente le onde d’urto telluriche.

La mobilitazione fu vasta. Dal Governo venne nominato un Commissario straordinario, nella persona di Zamberletti, incaricato di coordinare i centri operativi sul territorio sotto la presidenza dei sindaci che meglio conoscevano i problemi da affrontare, dando vita ad un “Modello Friuli” che poi fu alla base del sistema nazionale di Protezione civile, ma i risultati maggiori si ottennero quando si capì che il problema vero stava nel superare l’emergenza e garantire in tempi ristretti la ricostruzione delle aree disastrate per impedire che venissero abbandonate dalla popolazione con un “effetto sradicamento” distruttivo per l’intera regione. È su questo fronte che risultò fondamentale la presenza dell’Ana, l’Associazione degli Alpini in congedo che allora era presieduta, a livello nazionale, dal trentino Franco Bertagnolli. Straordinaria fu l’organizzazione capillare degli interventi cui presero parte 15 mila uomini che avevano fatto il servizio militare negli Alpini e che nei fine settimana o nei periodi di ferie lasciavano case e lavoro per raggiungere il Friuli e portare a termine la ricostruzione delle zone terremotate. Ricostruzione e restauri non riguardarono solo la cattedrale di Gemona, diventata un simbolo, ma 76 edifici pubblici e 3200 case private. Una pagina di vita nazionale che resta d’esempio e che conferma come anche una tragedia possa trasformarsi in speranza.

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