L’11 maggio 1974 moriva monsignor Giulio Delugan, primo direttore di Vita Trentina

Moriva sabato 11 maggio 1974 il primo direttore di Vita Trentina, monsignor Giulio Delugan. “La condusse per quasi 40 anni, in coincidenza con l’epoca tormentosa del Fascismo, esperienza particolarmente dura e deludente per un popolo Trentino che aveva tanto sognato e sofferto per la libertà: e poi negli anni, anche qui tragici e penosissimi, della seconda guerra: e successivamente in un’epoca segnata dalla nuova esperienza democratica dell’incipiente Repubblica e, anche presso di noi, da una marcata e rapida evoluzione culturale e sociale; infine negli anni del Vaticano II, e delle sue immediate ripercussioni sulla vita della Chiesa e i suoi rapporti con la società”, scriveva l’arcivescovo Alessandro Maria Gottardi nel numero di Vita Trentina del 16 maggio 1974.

In quel numero ricordava monsignor Giulio Delugan anche l’allora direttore di Vita Trentina don Vittorio Cristelli. “Io mi limito a rilevare – scriveva – una presenza che, anche dopo la sua partenza, è viva nell’ambiente di Vita Trentina. Il ricordo di don Giulio rimane, risvegliato magari, di punto in bianco, da una cartella che salta fuori da un cassetto. Cartelle scritte fitte fitte, con una scrittura pulita, quasi sempre sul retro di servizi di agenzia per risparmiare la carta: non era tirchieria, ma retaggio di una povertà che riconosce ai propri scritti il valore di una settimana. Sono però cartelle che portano le orme di uno spirito ancorato a valori perenni e mosso da un amore totale alla Chiesa e all’uomo. Come percepiva la sua missione di giornalista don Giulio? Mi diceva, ricordo, che il settimanale ‘è il più grosso pulpito della diocesi’. Per dire che considerava la sua professione come esercizio della propria missione sacerdotale e considerava i lettori come anime da servire, col giornale, nella via della salvezza. Un servizio, il suo, cattolico perché universale e come tale mai legato alle convenienze del momento soprattutto politico. Fu così che don Giulio divenne, di fatto e senza prosopopea, una bandiera della libertà nel periodo fascista o ‘dell’orbace’ come lo definiva. Ma tale rimase anche dopo. Perché scontri e difficoltà anche dopo la liberazione, con preti e politici che lo volevano legare al carro dell’unanimismo e del conformismo non mancarono”.

“Don Delugan fu sacerdote di grande coraggio: un coraggio, non fatto, però, di spavalderia. Lo stesso prefetto Foschi, quello che nel 1941 lo allontanò dalla redazione del Settimanale, ebbe una prova di questo coraggio, quando don Delugan, durante un’udienza (meglio una “chiamata”), arrivò a dirgli tranquillamente: “Voi perderete la guerra”. Anche il gerarca deve aver ammirato tanto coraggio, se permise a don Giulio di far ritorno a casa. E grande coraggio, don Giulio dimostrò pure con certi suoi scritti”, ricordava, sempre sulle pagine di Vita Trentina, Angelo de Gentilotti, che fu un suo collaboratore.

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