2 giugno 1946, quando il Trentino si dimostrò la provincia più “repubblicana” d’Italia

Tanto le elezioni come il ‘Referendum’ si sono svolti in tutta Italia in una compostezza e disciplina lodata anche all’estero. L’affluenza alle urne è stata altissima: 75,90 per cento. Anche la pubblicazione dei risultati è stata appresa con calma, turbata da episodi non gravi solo a Napoli ed a Palermo. Il Governo ha impartito disposizioni per assicurare l’ordine, e in particolare disposizioni severe per la tutela delle persone della famiglia reale, dei beni della Corona e dei dignitari di corte. Il re stesso ha invitato i monarchici ad astenersi da manifestazioni e disordini”. Vita Trentina ripercorreva così la giornata del 2 giugno 1946, che segnò un passaggio decisivo per la storia del nostro Paese.

A cinquant’anni di distanza, nel numero del 9 giugno 1996, venne ricordato che in Trentino votò Repubblica l’85% degli aventi diritto di voto. Solo il 15% optò per la Monarchia. Un esito clamoroso rispetto a quello del resto d’Italia, dove lo scarto tra Repubblica e Monarchia fu di soli due milioni di voti. “Il Trentino, dunque, risultò essere la provincia più ‘repubblicana’ d’Italia. Più ancora delle terre dell’Italia settentrionale, notoriamente filorepubblicane, con medie del 65%”, scriveva Diego Andreatta.

Nella nostra provincia, al voto per la Costituente la Democrazia Cristiana ottenne la maggioranza dei voti (57,4%), seguita dai socialisti (27,6%), dai comunisti (8,11%), dagli Azionisti Repubblicani (4,8%) e dall’Unione Democratica Nazionale (1,92%). Il voto del 2 giugno mandò a Roma tre democristiani (Alcide De Gasperi, Luigi Carbonari ed Elsa Conci) e il socialista Luigi Battisti.

“La celebrazione dei primi cinquanta anni di Repubblica – che ebbe al suo nascere come protagonista un grande trentino di atteggiamenti asburgici, ma sposati con un’assoluta lealtà allo Stato italiano – non può lasciarci indifferenti, come cittadini e come cattolici, mentre si fanno ogni giorno più minacciose le folli proposte leghiste di secessione“, scriveva nel suo editoriale, a cinquant’anni dal voto repubblicano, l’allora direttore di Vita Trentina don Agostino Valentini. “Non si può sorridere sulle sparate di Bossi, come si trattasse di innocue gogliardate”.

“La decisione è stata presa. Il popolo italiano ha scelta liberamente la repubblica e conseguentemente i cattolici hanno ora l’obbligo di coscienza di accettare la nuova forma istituzionale senza riserve e di lavorare nella cornice repubblicana per il bene comune“, scriveva invece, nel numero del 20 giugno 1946, don Giulio Delugan, primo direttore di Vita Trentina. “Fino a ieri la Chiesa lasciava ai fedeli libera scelta tra Monarchia e Repubblica: oggi impone loro il dovere di accettare senza sottointesi il nuovo governo legale, il governo repubblicano. Non bisogna dimenticare che le varie forme istituzionali sono come dei vasi vuoti, e che quello che soprattutto importa è il contenuto di cui si vuol riempirli. La nuova Repubblica può diventare cristiana o atea, democratica o totalitaria, socialmente giusta o ingiusta, internazionalmente pacifica o prepotente e bellicosa. Quello che soprattutto importa per i cattolici è ora il lavoro, lo sforzo concorde e tenace per dare alla nuova Repubblica un indirizzo religiosamente, moralmente, socialmente buono, rispondente ai principii della sana ragione e del Vangelo, un indirizzo, che non spinga la nazione nel precipizio di nuove violenze e nuove schiavitù, ma ne assicuri il tranquillo e sicuro progresso sulle vie maestre del cristianesimo. Le diversità di opinione e le battaglie di ieri devono oggi dar luogo ad una piena distensione degli spiriti, ad una sincera intesa e fusione di cuori e di volontà, ad un proposito unanime di risanare le piaghe lasciate dalla guerra e di preparare alla nazione un migliore avvenire”.

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