Le guerre coinvolgono un centinaio di Paesi, ma il riarmo provoca escalation

La notizia

Viviamo su un pianeta che è un campo di battaglia preparato. Sopra le nostre teste si incrociano le traiettorie possibili e calcolate al millimetro di missili portatori di cariche nucleari in grado di distruggere l’umanità. (…) Giovanni Paolo II ha parlato a lungo e in modo chiaro ed esplicito nel suo discorso all’Onu contro gli armamenti. Ascoltato, applaudito, ma intanto si preparavano i Pershing e i Cruise da una parte e gli SS 20 dall’altra. La logica del sospetto continua a sottendere il discorso della pace. Il Papa aveva suggerito, come unica logica valida, quella dell’amore.

Vita Trentina n. 49 del 16 dicembre 1979

Le guerre nel mondo coinvolgono già un centinaio di Paesi (ogni guerra significa un conflitto fra almeno due popoli) ma hanno effetti di impoverimento e distruzione sull’intera umanità, sia materialmente che psicologicamente. I conflitti, infatti, si sommano moltiplicando le macerie che provocano al di là delle loro vittime, in una vasta, onnipervasiva “guerra globale”, che tutti colpisce, anche chi si sente lontano ed estraneo. È la situazione di oggi ed è il caso dell’Italia la quale, pur non direttamente coinvolta, (finora) registra pesanti conseguenze per effetto delle guerre in Ucraina, in Iran, nel Mar Rosso, conflitti che paralizzano vie di comunicazione, traffici, movimenti di persone, commerci. Non solo. Le guerre stendono su tutto e tutti un’atmosfera di sfiducia pessimistica, di depressione impotente che impedisce di affrontare le altre emergenze e “guerre” che si presentano e ci riguardano, quella “silenziosa” (ma è un silenzio che grida nella coscienza di ognuno) della povertà crescente, come quelle disperate e solitarie che sembra non abbiano una ragione, ma invece la hanno, nascosta, nella perdita di ogni speranza di futuro. Ma ci sono anche le guerre che vengono dai profittatori delle povertà e delle fragilità umane, da chi si arricchisce trafficando nuove armi perché le guerre continuino, o corrompendo chi è povero con droghe perché lo smarriscano, perché non si ribelli contro le povertà, o contro i poteri che le provocano per estendere le loro aree di dominio e sfruttamento. Le statistiche sociali rilevano, in questo contesto, un aumento della povertà “primaria”, quella di chi non ha da mangiare e non ha un tetto per sé e la famiglia, anche in paesi come l’Italia, che si trovano nella fascia più avanzata dei paesi sviluppati. Ne è stato calcolato un aumento del 30 per cento con 25 mila famiglie coinvolte, mentre la Caritas diocesana nel Trentino, sicuramente una delle Province di maggior benessere nel Paese, secondo dati rilevati dalla stampa locale, ha registrato lo scorso anno un migliaio di nuovi nuclei familiari che hanno chiesto un sostegno diretto per sopravvivere. Questo senza calcolare l’impoverimento sensibile che sta registrando anche la cosiddetta “classe media” a causa dell’aumento dell’inflazione dovuto proprio alle guerre, con il blocco delle esportazioni e l’aumento dei costi energetici che provocano.

In queste situazioni proporre di rispondere alle guerre, causa di morti, distruzioni e povertà, con un riarmo è più che una scelta amorale: è un duplice errore, come dicevano gli antichi politologi, forse cinici, ma lucidi nelle loro analisi. È amorale, perché destina ai mercanti d’armi ed ai profittatori risorse che potrebbero essere destinate a sollevare le situazioni di chi si trova privo di mezzi (abitazione, alimentazioni, cure, natalità…), ma è un errore (una catena di errori) perché destina risorse importanti a chi ha interesse a che le guerre continuino invece di arenarsi almeno in un “cessate il fuoco” che valga ad impedire il peggio. Il riarmo non dissuade chi promuove le guerre (e lo si vede proprio in questi giorni nei conflitti in Ucraina, in Libano, a Gaza, in Iran), ma lo incattivisce, esaspera reazioni di rappresaglia, provoca escalation che diventano incontrollabili fino a spingere all’uso delle armi dell’olocausto finale, ad autodistruggersi, a distruggere il mondo pur di distruggere il nemico: “Muoia Sansone con tutti i filistei”.

Il riarmo dà forza a chi usa le armi, non a chi promuove la pace. Per l’Europa poi, un riarmo prolungato porterebbe alla sua dissoluzione. L’Europa è nata per diventare un esempio di pace nel mondo dopo le stragi provocate dalle dittature nazionaliste (e dalla corsa ai riarmi reciproci) delle due guerre mondiali, non è nata per diventare una quarta superpotenza in competizione con le tre esistenti, Usa, Russia e Cina che hanno i loro enormi spazi territoriali come principale elemento di forza e dissuasione.

Non si tratta quindi di destinare le risorse che vanno alle armi “solo” per dare da mangiare a chi non ce l’ha, ma di indirizzarle ad una politica di lavoro, assistenza, giustizia sociale che valga a rilanciare una speranza di futuro per il mondo. E questa speranza rimetterà in moto energie e impegni di giovani e anziani nei più diversi settori vitali. Il Trentino e Trento, sotto questo profilo si trovano in una situazione particolare. Proprio per la loro storia e l’impegno dei loro uomini migliori hanno un esempio da offrire all’Europa per come hanno saputo affrontare la povertà, l’emigrazione, le distruzioni immani provocate dalla Grande Guerra attraverso la cooperazione, la solidarietà, il rispetto reciproco delle autonomie, piuttosto che con i conflitti. È il momento giusto per ricordare quella stagione (le cooperative invece delle bombe degli anarchici) all’indomani dell’enciclica “Magnifica Humanitas” di papa Leone che esplicitamente si richiama alla “Rerum novarum” del suo predecessore, ma anche l’autonomia provinciale, dopo la stagione del terrorismo in Alto Adige che ha visto la popolazione locale e le autorità dello Stato non cadere nella trappola del ricatto delle bombe. Se ci fosse stata una risposta armata agli attentati Trento e Bolzano sarebbero una terra devastata dalle distruzioni e dall’odio.

Ma c’è un altro segnale da opporre ai “riarmi” e che rimarca il ruolo di Trento come città dell’ecumenismo, dell’unità non della divisione conflittuale, della pace, ed è la presenza, nei giorni scorsi dalla presidente dei Focolari, Margaret Karram, di nazionalità israeliana, di nazione palestinese, di fede cattolica. Margaret Karram presiede il movimento internazionale fondato a Trento da Chiara Lubich, proprio negli anni più bui della guerra 1943-1944, dopo i bombardamenti massicci subiti dalla città, per unire credenti e non credenti in un mondo capace di tornare a guardare nel cielo una “notte di stelle”, di speranza, di luce. Le risorse vanno impiegate per dare cibo agli affamati e promuovere la pace, non per i riarmi.

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