La scommessa vinta del direttore Lanzinger, ora il suo disegno va completato

La notizia

Il direttore Michele Lanzinger ha sottolineato che l’inaugurazione “proietta il museo e la città di Trento nel futuro” , per cui questa data “è un punto di partenza, non un punto di arrivo”.

Vita Trentina n. 31 del 4 agosto 2013

Corale, coerente, coraggioso. È venuto alla luce così, in un’afosa serata di fine luglio, sabato 27, il nuovo Muse atteso da oltre dieci anni come “fiore all’occhiello” del nuovo quartiere alle Albere, sulle rive dell’Adige. “Coerente” con il nostro territorio, come dicono gli amministratori, e con la nostra vocazione “glocale”.

Vita Trentina n. 31 del 4 agosto 2013

La scomparsa di Michele Lanzinger ha colpito nel dolore i suoi affetti più cari, la moglie, i figli, gli amici numerosi che erano stati parte della sua vitalità cordiale, ma lascia soprattutto un vuoto nella dimensione civile, prima ancora che culturale, della sua città, Trento. Una “polis” di incontri e convivenze, che egli amava e alla quale ha dedicato fino alla fine la sua intelligenza e la sua energia. Città capace di raccogliere, esporre, capire tutta l’intensità, la bellezza naturalistica, l’interesse antropologico e umano del territorio alpino che la plasma e di cui è una piccola capitale. È una delle chiavi di lettura (una, perché Michele era uomo dalla personalità ricca e complessa, sfaccettata come un luminoso cristallo) per ricordarlo e ringraziarlo.

Lanzinger era parte di quel gruppo di innovatori – in molti anche giovani amici fra loro – che negli anni Settanta e Ottanta avevano rinnovato e rafforzato presenze culturali e museali, credendo nelle potenzialità di laboratorio europeo che il Trentino offriva. Ricordiamo, ad esempio, Franco Marzatico, Gabriella Belli, Gianni Ciurletti, Umberto Raffaelli, Laura Dalprà, Domenica Primerano… anche se fra tutti Michele sembrava avere una marcia in più, perché le qualità del suo carattere e l’energia che imprimeva alle sue scelte lo portavano a raggiungere risultati d’eccellenza in ogni settore che affrontasse: la scuola, la musica, la ricerca scientifica, lo sport… Una dote affinata dai grandi maestri del Liceo “Galilei” e il successivo tirocinio “sul campo” al Museo di Scienze Naturali al fianco dell’archeologo Bernardino Bagolini (indimenticato vice direttore del Museo di Scienze naturali diretto da Gino Tomasi), di cui Lanzinger diventò indiscusso erede, elaborando una “visione” più ampia che lo portava a vedere un museo non come contenitore di oggetti, collezioni e memorie, ma come motore di richiami e interessi destinati ad espandersi e coinvolgere settori sempre più ampi.

In questa prospettiva da direttore Langinger puntò sulle risorse umane, mandò a studiare all’estero i suoi giovani collaboratori e maturò gradualmente l’impresa di trasferire la sede ormai troppo stretta di via Calepina, facendone il centro di eccellenza del progetto di Renzo Piano nella riqualificazione dell’area ex Michelin, sottraendola anche a possibili interessi di speculazione edilizia. Consapevole che tutta l’operazione Albere rischiava di diventare un corpo estraneo alla città egli chiese spazio e respiro per il nuovo Muse (pensava già anche ad un planetario per l’osservazione delle stelle, poi negato), per promuovere una maggior integrazione con la circostante area edilizia, incentivando presenze culturali e di servizio, non solo residenziali.

Un’altra sua intuizione – si era alla vigilia della rivoluzione informatica – fu quella del museo interattivo, trovando una “terza via” di equilibrio fra realtà e virtualità: una scommessa vinta, premiata da risultati di curiosità ed affluenza museale senza precedenti, con riconoscimenti nazionali e internazionali tanto che Lanzinger diventò presidente dell’associazione dei direttori di tutti i musei scientifici d’Italia.

Lanzinger ha usato l’informatica per moltiplicare, estendere, collegare, portare a nuove ipotesi di ricerca la curiosità naturale che la visione diretta di un reperto concreto, tattile, provoca. Ha usato i sistemi tecnologici per moltiplicare le occasioni di conoscere direttamente il territorio, non per coprire la sua realtà con la rete del web. Un museo deve raccogliere, classificare, ma non può, poi, appagarsi della classificazione, deve proiettarla in nuove realtà e nuovi collegamenti per rinnovare la carica di stupore che solo gli oggetti concreti (non a caso viene voglia di toccarli) trasmettono. Dentro questa cornice di idealismo pragmatico Lanzinger lascia, in chi lo ha conosciuto, in chi ha collaborato con lui, nella sua città, un grande rimpianto, ma anche un’eredità di energia progettuale da non lasciar cadere. C’è ancora spazio per il planetario, per un museo del territorio che si apra con i collegamenti possibili che si presenteranno con la funivia di Sardagna – Candriai – Vason che ha un ruolo ben più ampio di quello sciistico, probabilmente destinato ad essere minoritario… Le Viote con la più bella piana erbosa delle Alpi (assieme a Siusi) con la sua flora e il Giardino botanico già si presentano come una proiezione in quota del Muse. Contemporaneamente si sente sempre più la necessità di rafforzare le esposizioni sulla preistoria (dal Riparo Gaban al Riparo Dalmeri) con i percorsi dei cacciatori dopo la grande glaciazione: una ricchezza di suggestioni e documentazione che pochi territori offrono come può fare il Trentino. Per questo Michele Lanzinger dovrà essere ricordato per l’amicizia che ha saputo intessere e donare, ma soprattutto per la visione che ha saputo proiettare sulla città e sul territorio che ha amato.

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