Il test delle amministrative conferma un quadro di parità tra le coalizioni

Continuiamo a pensare che la politica avrebbe cose più importanti a cui pensare rispetto all’esito delle prossime elezioni, ma comprendiamo bene che per i partiti e per la loro classe dirigente quella è una questione cruciale: lì, infatti, si vedrà non solo chi va al governo, e non è poco, ma soprattutto chi conserva il seggio parlamentare (con tutta la complicazione di sostituire o meno quei parlamentari che hanno già fatto un buon numero di legislature).

Coi tempi che corrono la situazione internazionale è una variabile che può sconvolgere tutto, ma se si vuol rimanere a cose meno drammatiche, ma pur sempre significative, i movimenti nel sistema della finanza (il cosiddetto risiko bancario) segnalano una ridistribuzione di poteri che inciderà sugli equilibri di sistema. La fibrillazione dei partiti dipende invece dall’incognita di un sistema a cui tutti guardano come un puro campo elettorale, ciascuno illudendosi di percepire se non un cambio di vento a proprio favore, almeno delle brezze che preludano a cambiamenti.

A stare al test appena concluso delle elezioni amministrative (parziali) la situazione rimane più o meno in parità fra le due coalizioni contrapposte, quella di governo e il cosiddetto campo largo. Del resto è quel che, sempre più o meno, confermano i sondaggi, dove i partiti guadagnano e perdono alternativamente qualche punto percentuale, ma tutto rimane sostanzialmente fermo, sicché il giochetto da una parte e dall’altra è puntare sulla somma dei voti di coalizione. È però un calcolo ballerino, che comunque rafforza il potere di condizionamento di ogni componente con la conseguenza di spingere ancor più le fibrillazioni.

In questo momento i due partiti maggiormente in tensione sono la Lega e il Pd. Il primo alle prese con il problema di ritrovare un punto di coagulo dopo il sempre più evidente fallimento della strategia di Salvini, il cui maggiore risultato è stato di favorire l’ascesa del generale Vannacci. Torna così in campo la componente storica forte del Nord Est (Zaia, Fedriga, con l’appendice di Fugatti), che chiede sostanzialmente il timone, cosa che l’attuale leader non vorrebbe concedere.

Il punto chiave è la gestione delle candidature e della campagna elettorale: la vicenda di Venezia ha insegnato qualcosa anche in casa del Carroccio (ma c’è anche la questione delle elezioni dei sindaci e presidente di regione in Lombardia e Piemonte). Con la probabile nuova legge elettorale proporzionale è questione molto delicata e non la si può risolvere solo puntando alla spartizione dei posti nel listone del premio di maggioranza.

Il Pd deve fare i conti con la progressiva perdita della sua fisionomia originaria di partito-sintesi fra le tradizioni di governo genericamente di sinistra a favore di un movimentismo che, lo si voglia o meno, è l’unica carta su cui sa puntare la Schlein (vedi la furbata di mettere in campo la patrimoniale giusto per compiacere Landini). Ora questo ha portato a qualche uscita di personalità di rilievo e a molti malumori interni senza però che siano fenomeni decisivi, perché per ora le possibilità di rafforzare una cosiddetta “gamba di centro”, esterna o interna che sia, non sono molte.

Anche nel caso del Pd tutto è concentrato nella battaglia per le elezioni: al tempo stesso battaglia esterna col no totale alla proposta di riforma del sistema avanzata dal destra-centro, e battaglia con il problema di un ricambio di classe politica che si scontra con la volontà dei “vecchi” di rimanere e con quella dei “giovani” di essere pagati per il sostegno alla segreteria Schlein (e anche qui c’è la complicazione del numero dei mandati da valutare).

Mentre questo secondo aspetto è per ora nelle viscere dei caminetti di partito, la questione dell’opposizione alla legge elettorale punta a ripetere quello che si crede essere il successo del referendum contro la riforma Nordio. Non si valuta che allora si fruttò l’onda lunga dei pregiudizi sulla natura dei giudici come baluardo contro la corruzione della politica, mentre sulla riforma elettorale non c’è nulla di simile: la gente percepirà inevitabilmente questa battaglia non come una questione che tocca gli equilibri costituzionali, ma come una “cosa loro” dei partiti in lizza.

Ciò che ci sembra risultare dal quadro attuale è che la fibrillazione dei partiti sia un problema che ostacola la possibilità di mettere ragionevolmente mano ai grandi temi di politica internazionale e di tenere sotto controllo la competizione fra i poteri della finanza (non ci convince che a decidere tutto sia il mitico “mercato”).

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