Un fuoco di bivacco per rompere la solitudine

Gli “angeli trampolieri” nel loro giro fra le casette di Gocciadoro hanno distribuito nella notte pensieri ai partecipanti. A noi è capitato questo: “La solitudine, alle volte, può servire per riflettere. Però dobbiamo imparare a chiedere aiuto quando si sta male”. Una serata speciale, quella di martedì scorso, al Villaggio del fanciullo Sos di Gocciadoro, a Trento, che ha promosso uno degli oltre cento appuntamenti della Settimana dell’accoglienza organizzata dal Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza) e che prosegue fino al 10 ottobre.

La solitudine, anzi, le solitudini, al plurale, il filo conduttore di una riflessione che, in vari modi, ha interessato città e paesi della provincia. Perché le solitudini, inutile nasconderlo, sono uno dei tratti distintivi della nostra contemporaneità, il paradosso di una società interconnessa ma che spesso e volentieri soffre di mancanza di relazioni e legami forti. Tutti attorno ad un fuoco, per iniziare, in una serata calda di inizio autunno. “Nella notte un fuoco” il titolo del momento di riflessione (grazie alla collaborazione di Ads intrecciante, Agevolando, Ama-Progetto tra di noi, Centro Trentino di solidarietà, Scout Trento XII Madonna Bianca) nel corso del quale il direttore del villaggio, Giovanni Odorizzi, ha ricordato alcuni numeri.

Il 16% della popolazione italiana non ha un vicino con il quale confrontarsi, 8 milioni e mezzo di persone vivono sole. Tutti attorno ad un fuoco, per iniziare a raccontare le proprie solitudini. Come quella di Fabrizio che si è sentito solo quando una persona cara è scomparsa. “E nessuno mi ha chiesto come stavo – ha detto –. Nessuno si è preso cura di me”. Monica ha raccontato la solitudine di Arianna, bullizzata a scuola e che ne è uscita scrivendo, tanto da pubblicare una trilogia fantasy.

“Nel sentirsi soli – ha riflettuto Gianfranco – ci può essere anche qualcosa di positivo. Ti può ‘uccidere, ma anche farti scoprire cose nuove e vere”. Per Miriam, arrivata a Trento da Palermo, e che si occupa di persone Lgtb (lesbiche, gay, transessuali, transgender), la solitudine è stata il mancato riconoscimento della propria identità. Solitudini, che possono “prendere” anche un bambino al primo giorno di scuola o un altro che non trova nessuno con il quale giocare, come hanno detto in un video i ragazzi del Centro diurno Colibrì. O le mamme migranti ospiti del villaggio, lontane da casa, che hanno offerto la cena. Maurizio, padre di un ragazzo gay, non ha capito, all’inizio, l’orientamento del figlio, la famiglia è andata in crisi, ma poi si è reso conto di “aver bisogno degli altri” per risolvere la situazione. E ha iniziato a far parte di un gruppo di genitori che si era “scontrato” con lo stesso “problema”.

Solitudini che attorno ad un fuoco hanno iniziato a svelarsi e, forse, “risolversi”, elaborandole. E attorno al fuoco si è conclusa una serata in cui gli “angeli trampolieri”, “giocando” con le fiamme, hanno guardato gli altri dall’alto delle loro solitudini.

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