Bridget Jones 25 anni dopo, il “cult” di inizio anni Duemila festeggia il quarto di secolo

L’attrice Renée Zengweller in una delle scene più iconiche del film

Ironica, pasticciona, fuori dai canoni di bellezza che imperavano all’inizio degli anni Duemila e in cerca del vero amore, anche a costo di apparire un’ingenua. Molte trentenni di oggi si riconosceranno in Bridget Jones, il personaggio uscito dalla penna di Hellen Fielding venticinque anni fa, diventato un “cult” per intere generazioni di ragazze ormai cresciute. D’altronde, chi non ha mai sognato di trovare il suo mister Darcy, anche dopo mille peripezie e incomprensioni?

Il 13 aprile 2001 “Il diario di Bridget Jones” debuttò al cinema. La protagonista, Renée Zellweger, si immerse totalmente nel personaggio, imparando l’accento “british” e più che credibile nel ruolo, tanto che ormai la fama dell’attrice è indissolubilmente legata a quella della giornalista britannica in cerca dell’amore vero tra una delusione e l’altra, che lascia naufragare nell’alcol e nelle sigarette.

Nel tratteggiare sceneggiatura e personaggi, Hellen Fielding si è ispirata apertamente ad un capolavoro della letteratura inglese di inizio Ottocento: “Orgoglio e pregiudizio”. Ne risulta una versione rivisitata in chiave moderna ed originale del classico di Jane Austen. Se la somiglianza di Bridget Jones con Elizabeth Bennet, l’eroina di “Orgoglio e pregiudizio”, non è lampante, ad essere chiaro, invece, è il legame tra i due mister Darcy: Mark, l’avvocato difensore dei diritti umani, dal carattere algido e distaccato, a cui dà il volto Colin Firth, e Fitzwilliam, l’eroe romantico, ricco e solitario del romanzo ottocentesco.

Tra Bridget e Mark, come tra Elizabeth Bennet e mister Darcy, non è amore a prima vista, anzi: all’inizio prevale nettamente l’antipatia, tanto che nei suoi diari Bridget annota le emozioni negative provate nei suoi confronti ad una festa di Natale a cui partecipano tutti e due, insieme alle rispettive fami-glie. L’attenzione all’ambiente familiare è un altro punto che “Il diario di Briget Jones” ha in comune con “Orgoglio e pregiudizio”: la madre di Bridget è una pasticciona a cui escono parecchie parole fuori posto, proprio come
escono discorsi sconvenienti dalla bocca di madame Bennet; discorsi di fronte ai quali mister Darcy storce il naso, proprio come tra la famiglia di Mark e quella di Bridget non corre buonissimo sangue.

La passione tra Bridget e mister Darcy divamperà lentamente, perché in un primo momento la trentenne inglese subisce il fascino del suo capo, Daniel Cleaver, interpretato da Hugh Grant, che si ispira al personaggio di George Wickham.

Anche a venticinque anni di distanza, “Bridget Jones” è un film che, con ironia e leggerezza, ha ancora molto da dire.

Negli anni Duemila è stato rivoluzionario il suo modo di dipingere una protagonista femminile: imperfetta ma vera. E, mano a mano che il racconto si dipanava, uscivano nuovi film, tutti disponibili su Netflix, come la prima “puntata”: “Che pasticcio Bridget Jones” (2004), “Bridget Jones’ Baby” (2016) e “Bridget Jones – Un amore di ragazzo”, uscito l’anno scorso, in una “operazione nostalgia” che ricorda un po’ quella de “Il diavolo veste Prada 2”.

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