Cent’anni di Capi di Stato in Alto Adige. Il 12 luglio 1926 a Bolzano, alla presenza di re Vittorio Emanuele III, si pone la prima pietra del monumento alla Vittoria. La vittoria che si celebra è quella dell’Italia sull’Austria. Tiene il discorso di saluto il commissario prefettizio della città, Antonio de Steffanini. Il 5 settembre 2026 a Merano non più re e imperatori, ma i presidenti di Austria e Italia, Alexander Van der Bellen e Sergio Mattarella. È festa per l’80° anniversario della firma dell’Accordo De Gasperi-Gruber, la Carta che ha trasformato i confini in una chance. A salutare ora è il presidente della Provincia autonoma Arno Kompatscher.
A un secolo esatto di distanza, i discorsi pronunciati a Bolzano da Steffanini e Kompatscher esprimono non soltanto due epoche diverse, ma due concezioni opposte dell’idea di nazione. Messi a confronto, raccontano lo sviluppo di una stessa realtà (l’Alto Adige, l’Europa) e la lunga evoluzione del nazionalismo.
Nel 1926 Bolzano è un pezzo (da correggere) dell’Italia fascista.
Il discorso di Steffanini accompagna la posa della prima pietra del monumento alla Vittoria: un manufatto che non è soltanto celebrazione, ma elemento politico, simbolico e territoriale. La Prima guerra mondiale è raccontata come una vittoria della nazione (o Nazione), ottenuta con il sacrificio dei soldati, il cui sangue ha segnato
la frontiera del Brennero. Le parole sono quelle di una retorica patriottica perentoria: “il confine sacro del Brennero”, la patria (o la Patria), il re, i “fratelli nostri” caduti, la gloria militare, il destino storico dell’Italia. “Noi staremo fieramente a guardia del confine sacro che qui l’Italia si è ripreso”.
Il passato è usato per la legittimazione del presente. La vittoria sull’Austria non è solo la conclusione di una guerra: è la nuova la prova della grandezza italiana (già dimostrata a partire dalla Roma imperiale per arrivare a Dante e a Colombo) e della legittimità del nuovo assetto geopolitico. Il territorio altoatesino, appena annesso all’Italia, si inserisce narrativamente dentro una storia nazionale presentata come naturale e definitiva. Non c’è spazio, in quel discorso, per i dubbi sulle differenze linguistiche del territorio. La nazione è una, e il confine ne è il sigillo, apposto nientemeno che dalla “sillaba di Dio”. Quella retorica va ovviamente collocata nel suo contesto. Nel 1926 Mussolini è al potere da quattro anni e l’Italia sta involvendo in una dittatura. Il nazionalismo non è solo un sentimento patriottico: è strumento di mobilitazione politica e di omogeneizzazione dello Stato. Anche il monumento alla Vittoria – come oggi racconta il percorso espositivo, inaugurato nel 2014 – ha un
messaggio preciso: celebrare la vittoria militare significa affermare la sovranità italiana e, implicitamente, la subordinazione delle identità locali alla nuova, unica, identità ammessa.
Il discorso di Arno Kompatscher, nel 2026, parte da una lettura storica ben diversa (certamente fondata sul senno di poi). Il punto di snodo non è la vittoria di una nazione sull’altra, ma l’Accordo De Gasperi-Gruber del 1946 e il lungo percorso che ha trasformato un conflitto nazionale in un modello (perfettibile) di autonomia e convivenza. Anche qui compaiono la storia, l’identità e il territorio. Ma il vocabolario è radicalmente cambiato.
Dove Steffanini inneggia al “confine sacro”, Kompatscher parla di ponti. Dove il primo esalta la vittoria e il sacrificio militare, il secondo sottolinea il compromesso, il diritto internazionale, la diplomazia e la cooperazione. Dove nel 1926 la diversità culturale e linguistica è, sullo sfondo, un problema da assorbire dentro lo Stato vincitore, nel 2026 le differenze diventano un “valore aggiunto”. L’autonomia – benché dinamica – non è concepita come una concessione provvisoria, ma come uno strumento per tutelare le identità, proprio perché dà loro modo di esistere.
Il nazionalismo non è scomparso: continua a esistere, in Europa e nel mondo (e pure in Alto Adige, sia chiaro!), e si nutre ancora della contrapposizione fra “noi” e “loro”. Ma l’esperienza altoatesina mostra che esiste la possibilità di coltivare identità plurali, inclusive, capaci di comunicazione e di (oddio!) contaminazione. Kompatscher non nasconde l’identità altoatesina, che è multiculturale. Al contrario, la rivendica apertamente. Ma la colloca dentro cerchi più ampi: Italia e Austria, Alto Adige e Tirolo, Euregio ed Europa. La sovranità non è più pensata come un gioco a somma zero, nel quale ciò che guadagna uno Stato deve necessariamente essere perso dall’altro. L’autonomia diviene così una forma di equilibrio istituzionale capace di proteggere le minoranze e, contemporaneamente, di consolidare l’unità dello Stato in una prospettiva europea.
Il confronto fra i due discorsi contiene una lezione che va oltre Bolzano e Merano. Nel 1926 la memoria della guerra serviva a fissare un confine e a celebrarne il vincitore. Nel 2026 la memoria di quel conflitto e delle tensioni successive serve, almeno nelle parole di Kompatscher, a spiegare perché i confini debbano diventare meno importanti delle relazioni che li attraversano.
I nazionalismi che, nel Sudtirolo, toccarono un loro culmine con le Opzioni del 1939 – lo ha ricordato Mattarella nel suo intervento – pretendevano “di fare arbitrariamente coincidere confini geo-politici e confini etnici, condizionando i diritti dei cittadini presenti sui territori alla identità culturale di cui erano portatori. Le due giovani Repubbliche… vollero con saggezza, invece, affermare, con l’accordo, un principio opposto”.
La differenza è enorme, sul piano ideale, ma certo non il punto d’arrivo definitivo. Cento anni dopo, mentre in molte parti del mondo (e del Paese) riemergono nazionalismi aggressivi, il caso altoatesino dice che le identità non devono necessariamente scomparire perché i conflitti diminuiscano. Possono, invece, imparare a convivere. Evolvere. Dal “confine sacro” ai “ponti”: forse è proprio in questa duplice immagine, più che in qualsiasi formula politica, che si misura la distanza (auspicata) fra il 1926 e il 2026.