Don Bruno Fasani, veronese, è direttore della testata ufficiale dell'Ana, “L'Alpino”. Lo abbiamo intervistato al termine della presentazione ufficiale dell'Adunata, lo scorso 19 aprile al Castello del Buonconsiglio a Trento.
Don Bruno, cosa significa essere alpino oggi?
Essere alpino credo sia un abito morale. L'alpinità attinge da quello che è lo spirito del Vangelo e, non a caso, gli alpini aprono sempre le loro adunate dalla celebrazione della Messa: sono proprio i valori che sono venuti dalle nostre famiglie cristiane del passato che sono entrati come un abito mentale che poi è diventate l'alpinità; che è fatta dal senso di fratenernità, dalla volontà di servire gli altri e quindi da quel darsi da fare gratuito dove l'attenzione all'altro viene prima dell'attenzione a noi stessi.
Qual è la percezione che ha la società civile dell'alpino?
Di grande ammirazione. Credo che se facessimo un sondaggio, gli alpini nel sentire della popolazione avrebbero davvero il primo posto, anche rispetto a molte associazioni guardate con molto rispetto. E questo perché la gente ha capito che gli alpini sono a servizio del popolo; certo, c'è anche un immaginario collettivo che identifica gli alpini come gli amanti del vino, e se questo ci serve a capire che noi siamo amanti della festa mi sta bene; voler ridurre gli alpini sono alla festa del vino e della grappa, però, penso che sarebbe un po'offensivo rispetto al molto che fanno con passione e dedizione.
Cosa vuol dire per la città ospitare l'Adunata nazionale?
Sfacciatamente dico che per Trento sarà prima di tutto un grande affare: potrei sembrare venale ma i dati ci dicono che ogni Adunata porta un indotto oltre i cento milioni di euro. Un indotto che mette in piedi o che rinnova – se mai ce ne fosse la necessità – le attività sul territorio. È un dato che non va nascosto. Al di là di questo, però, credo che questa festa, oggi, significhi risvegliare in tutti, compresi i bambini, l'idea che stare insieme è bello. Dove passano gli alpini rimane la nostalgia di dire “che bello quando sono passati”, perché si scopre che far festa insieme è ancora un grandissimo valore.
Concludiamo con una riflessione sulla stampa alpina. Ci può parlare dell'importanza di questo settore editoriale?
Il giornale nazionale che ho l'onore di dirigere, “L'Alpino”, con 360 mila copie raggiunge anche diversi paesi del Mondo. Il dato che emerge è quello dell'indice di leggibilità: ci risulta, infatti, che ancora prima che dall'alpino abbonato, il giornale venga letto dalla famiglia. Voglio sottolineare che ci capita sempre più di frequente di sentire di studenti che quando hanno dei temi di storia prendono spunto da “L'Alpino. E questo ci onora molto perché vuol dire che siamo capaci di vendere – nel senso nobile del termine – la storia anche alla nuove generazioni nel modo più piacevole, ovvero senza importa.
Bisogna quindi guardare al futuro con speranza.
Assolutamente sì. Quelloche è importante è la professionalità; in questo momento storico noi dobbiamo dare risposta al modo di comunicare non soltanto perché facciamo un prodotto che pretendiamo che sia buono, ma il prodotto deve essere buono perché va a intercettare la sensibilità del nostro tempo e quindi di conseguenza è capace di farsi leggere. In questo la professionalità paga.