I “muréti” della Val de Cembra

D’inverno, in Val di Cembra, il paesaggio offre il meglio di sé. Nella fotografia, i campi terrazzati sotto l’abitato di Faver (1985).

La neve, appena spruzzata, fa risaltare le movenze e i drappeggi dei muri a secco che sostengono minuscoli fazzoletti di terra dove alligna la vite a pergola. È stato calcolato che, sulla sponda destra dell’Avisio siano almeno 708 chilometri, anche se un censimento di tal genere non è stato ancora completato. Altri muri a secco sono caratteristica delle Valli del Leno (Vallarsa e Terragnolo), della Val di Gresta e, comunque, di tutte quelle zone del Trentino caratterizzate da colture sui pendii soleggiati delle montagne.

Per tornare alla Val di Cembra, nel corso dei secoli, terriccio e sassi furono portati sulla schiena dai contadini, dal fondovalle dell’Avisio, dentro un “cestòn”, un recipiente di vimini intrecciati. La scarsità del raccolto, costrinse i valligiani a distillare la grappa di contrabbando. Era detta “fil de fer” perché, per sfuggire ai controlli della Guardia di Finanza, i bottiglioni di grappa erano interrati fra le vigne. Per indicare il nascondiglio, un filo di ferro usciva dalla terra e si avvolgeva al fusto della pianta. Ma era anche detta “acqua de l’Avis” o “acqua santa”.

Sul doss Caslìr di Cembra fu trovata (1828) una secchia di bronzo usata per il vino, una situla (alta 28 cm., larga 30 cm.) che i Reti e gli Euganei avevano mutuato dagli Etruschi.

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