I nostri occhi “sul campo”. Il rischioso servizio degli inviati in guerra

Oltre ai collegamenti per gli aggiornamenti durante i tg gli inviati cercano di documentare personalmente quanto sfugge dai racconti ufficiali. Immagini Rai

Un’attenzione significativa al ruolo degli inviati di guerra è venuta domenica da papa Francesco che nell’ ennesimo accorato appello per la pace in Ucraina ha aggiunto anche questo pensiero: “Vorrei ringraziare anche le giornaliste e i giornalisti che per garantire l’informazione mettono a rischio la propria vita. Grazie, fratelli e sorelle, per questo vostro servizio che ci permette di essere vicini al dramma di quella popolazione e di valutare la crudeltà di una guerra”. Non dimentica, il Papa, quanti testimoni della verità hanno perso la vita al fronte – come tanti civili, volontari dedicati ad altri servizi pubblici o di assistenza – perché nonostante la “protezione” offerta dalle autorità locali, gli inviati restano esposti alle follie del conflitto, imprevedibili come le traiettorie delle bombe “a grappolo”.

Dopo le prime caotiche giornate, s’impone per loro ulteriore prudenza: sanno di dover andare “sul campo” (come dicono da studio per evidenziare il rischio delle loro “uscite”) per raccogliere voci e situazioni che possano descrivere la realtà meglio delle immagini “passate” dai circuiti televisivi internazionali. Sono i nostri occhi dentro le metropolitane-rifugio, sui treni dei profughi, negli ospedali, fra i civili che alzano le barricate.

Nei collegamenti in diretta “lanciano” i loro servizi montati in tempi record, abbozzando anche sintesi non facili, visto che il loro osservatorio è spesso limitato. Tanto che quasi sempre i servizi di riepilogo sono realizzati da colleghi che stanno a Roma e possono accedere ad altre fonti.

È presto per una riflessione non ripetitiva sul ruolo dei reporter nella prima guerra condizionata anche dai messaggi alternativi dei social media, ma si coglie in tanti bravi colleghi (citiamo per tutti l’ottimo inviato trentino Giampaolo Visetti, sul fronte sud per “Repubblica”) l’impegno alla prudenza nell’accreditare le informazioni: per non cadere nei condizionamenti della propaganda – come richiesto di fatto dal governo russo, che ha costretto al ritiro i giornalisti stranieri con punizioni draconiane per chi non si “allinea”- ma anche per non alimentare informazioni di carattere strategico, non verificate personalmente.

Peraltro, in televisione a parlare sono soprattutto le immagini che scorrono nel riquadro a fianco dell’inviato, più eloquenti delle sue stesse parole e del suo volto.

Nel contesto di una guerra in cui “la prima vittima è sempre la verità”, è prezioso il contributo di giornalisti ben preparati, coraggiosi ed esperti (la prudenza va richiesta anche a giovani fotoreporter o inviati freelance, talvolta collegati con un semplice smartphone) che possono essere i primi “servitori” di chi porta tutto il peso della guerra.

Anche per questi motivi spiace dover duramente biasimare il montaggio, più irriverente e assurdo che mai, realizzato nella puntata dell’8 marzo da “Blog” di Raitre sulle donne al fronte e sull’enfatica ricorrente espressione de “l’ultimo giornalista rimasto a Kiev”. Un omaggio ai cronisti davvero stonato che la Rai stessa non avrebbe dovuto consentire.

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