La questione potrebbe sembrare molto lontana da noi, cose di cui possiamo tranquillamente disinteressarci perché apparentemente non ci riguardano. Apparentemente. Nei giorni scorsi, OpenAI (una delle società di primissimo piano nel campo dell’intelligenza artificiale, quella che controlla ChatGpt) ha offerto il 5 per cento del proprio capitale al governo degli Stati Uniti. Mossa sorprendente perché nella logica iper-liberista, anche solo ipotizzare la partecipazione pubblica – di uno Stato – in una società che opera sul mercato (e agisce esclusivamente per il profitto) è di fatto una sorta di bestemmia. “Lo Stato faccia le regole, possibilmente poche, al resto ci pensiamo noi”, hanno sempre declamato le aziende.
Perché dunque questa strana e sorprendente proposta di OpenAI al governo americano? I maligni – ma a pensar male spesso la si imbrocca – ritengono che sia una sorta di polpetta avvelenata: la partecipazione pubblica potrebbe servire a rendere lo Stato più disponibile ad allentare le tensioni, a mettere meno vincoli allo sviluppo dell’AI, a supportare senza alcuna remora i progetti ambiziosi di chi già control-oblò la gran parte del potere a livello planetario.
Quel governo che già ora, per bocca del presidente Trump, ha minacciato di nuovi dazi l’Europa se Bruxelles decidesse di proseguire con l’idea di tassare le grandi aziende americane del mondo digitale. In nome di una piccola partecipazione societaria, c’è dunque il rischio che OpenAI chieda al governo americano di fare un ulteriore passo indietro quando, invece, ci sarebbe davvero bisogno di “più pubblico” nel campo dell’intelligenza artificiale.
Una questione sollevata con forza anche da papa Leone nell’enciclica Magnifica Humanitas. L’intelligenza artificiale – scrive il Pontefice -non è soltanto una sfida tecnologica, è una questione che riguarda l’uomo, la libertà, il lavoro, la giustizia e la democrazia. Insomma, riguarda tutti, perché coinvolge la vita di ciascuno. Per questo c’è bisogno di istituzioni capaci di governare un fenomeno globale. Con una precisazione fondamentale: l’intelligenza artificiale supera i confini nazionali e di conseguenza nessun singolo Stato è in grado di controllarne gli effetti. Per questo il Papa richiama il valore del multilateralismo e invita gli Stati a costruire regole comuni, evitando una corsa senza limiti alla supremazia tecnologica.
C’è bisogno di più regole anche perché il potere non deve concentrarsi nelle mani di pochi. L’Enciclica mette in guardia dal rischio che dati, algoritmi, brevetti e infrastrutture digitali diventino strumenti di dominio economico e politico. Leone richiama il principio della destinazione universale dei beni, chiedendo che anche le grandi risorse digitali siano orientate al bene di tutti e non al vantaggio di poche grandi imprese o di pochi Stati. C’è, infine, un tema che emerge tra le preoccupazioni più significative espresse nell’Enciclica: quello del rischio di un nuovo colonialismo tecnologico. Un colonialismo non più gestito dagli Stati, ma da società private che puntano al massimo profitto.
Se nell’Ottocento il dominio passava attraverso il controllo dei territori e delle materie prime, oggi lo stesso dominio può esercitarsi attraverso il controllo dei dati, degli algoritmi e delle infrastrutture digitali. Pochi grandi soggetti privati concentrano infatti una quantità senza precedenti di informazioni, capacità di calcolo e potere decisionale, con effetti che si estendono ben oltre i confini nazionali. “Interi territori, soprattutto quelli con minore rilevanza geopolitica e maggiore fragilità strutturale, vengono al presente attraversati da una nuova logica di estrazione: quella di flussi sanitari, profili epidemiologici, mappe genetiche e dati demografici.
Sono queste le nuove ‘terre rare’ del potere: informazioni vitali che, una volta correlate, possono essere usate per addestrare modelli predittivi, guidare strategie di investimento, anticipare le crisi e soprattutto selezionare chi e che cosa conta”. (MH, 178) In altre parole, chi detiene i dati sanitari della popolazione di un Paese, possiede in realtà una leva strutturale sul futuro: può modellare i bisogni e i mercati. Per dirla con le parole di papa Leone, “è qui che si gioca una delle questioni morali più urgenti del nostro tempo: trasformare la conoscenza condivisa in bene comune, non in leva di dominio”.