Il Papa da Fazio “fuori dal porto”

Diciamolo subito, ha preso tutti in contropiede. E anche stavolta ha colpito nel segno. Perché non è stata solo una straordinaria serata televisiva, ma molto di più: la dimostrazione che questo Papa sa costruire e cogliere le occasioni per parlare alle persone, puntando direttamente soprattutto al cuore di chi frequenta meno le chiese. Nella sua vocazione di evangelizzatore, Francesco sa bene che il mezzo è il messaggio, come insegnava Marshal McLuhan in anticipo di quarant’anni su giornali on line e social. Scegliendo la diretta tv, papa Francesco aveva già mandato un messaggio chiaro ancor prima di apparire sullo schermo: un fatto inedito, sorprendente e per taluni inaudito: “In questo modo viene dissacrato il ruolo del Pontefice”, avevano scritto ambienti conservatori ancor prima della trasmissione.

Il Papa che decide di parlare alle persone, con il loro linguaggio, nello spazio televisivo della domenica sera, in prima serata, in una trasmissione di intrattenimento, sulla rete Rai che non è certo quella, la famosa “Ammiraglia”, di “area cattolica”. “Che tempo che fa”, la trasmissione di Fabio Fazio, non è certo “A sua immagine”.

Francesco poteva andare da Bruno Vespa, che ancora si vanta, 25 anni dopo, della telefonata di papa Wojtyla. Poteva scegliere un tg (come aveva fatto con il Tg5 un anno fa) per un’intervista che già nell’inquadratura appare ingessata. Chissà quante ostilità, a Casa Santa Marta, Francesco ha dovuto superare. Del resto, assai comprensibili: la trasmissione di Fazio è dichiaratamente “laica”; da sempre in prima linea sulle battaglie libertarie, di genere e di gender; Lucianina Littizzetto non gode certo di buona stampa in una parte considerevole del mondo cattolico; l’obiettivo di “Che tempo che fa” è l’intrattenimento, la promozione di libri e di film, le ospitate mai disinteressate rispetto ai vincoli dell’audience. E poi, Santità, – gli avranno detto – ci sarà da fronteggiare la proverbiale invidia di tanti giornalisti e degli autori degli altri programmi. Insomma, ci pensi bene.

Sessanta minuti, in televisione, sono un’eternità: senza immagini di supporto, senza video, senza ritmo, tutto si trasforma in un azzardo, un rischio che la gente cambi canale. Del resto, la nostra capacità di attenzione è ormai limitata a 40 minuti, poi ci vuole una pausa. Così, domenica sera, non è stato. Papa Francesco giocava in trasferta e ha vinto la partita. Il suo messaggio è stato ascoltato anche da persone che non vanno a Messa o non credono, persino da chi si professa ateo. Era questo l’obiettivo di Francesco: seminare in campo aperto, portare la buona novella fuori dal porto. Certo, a Fazio si può rimproverare di non aver fatto “domande pungenti” e affrontato temi imbarazzanti per la Chiesa. Chissà se ciò è dovuto alle regole d’ingaggio o, più probabilmente, alla scelta degli autori del programma. Mi ha colpito che Fabio Fazio non si sia mai rivolto al Pontefice con il più immediato “papa Francesco”, ma abbia sempre preferito il più formale “sua Santità”.

Rimane il fatto, come sintetizza Avvenire, che Francesco è intervenuto “con i temi a lui più cari del suo magistero sociale, ma anche e soprattutto a parlare di Gesù Cristo, del futuro della Chiesa, della preghiera, e della necessità di non scendere mai a patti con il male”. Qualcuno si è sentito tradito dal fatto che non si sia trattato di un intervento in diretta, ma di una “presa diretta” registrata qualche ora prima. Ma chi fa televisione conosce i rischi degli incidenti tecnici della diretta, soprattutto – come si dice – il diavolo decide di metterci la coda: luci che saltano, microfoni che fanno le bizze, interferenze e quant’altro. Meglio – lo fanno tutti, se possono – una “presa diretta” che in fondo nulla cambia.

Infine, l’aspetto quantitativo: i dati Auditel parlano di quasi 7 milioni di telespettatori e punte di quasi 9 milioni. Ma ciò che più colpisce sono i rimbalzi sui social: tutto è stato rilanciato centinaia di migliaia di volte: le frasi di Francesco e i video brevi delle varie risposte hanno avuto effetto moltiplicato tra chi non aveva potuto vedere la tv.

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