Nessuno se lo aspettava, almeno in questi termini. Il viaggio di papa Leone in Spagna, per partecipazione popolare e per intensità dei messaggi, è stato nelle sue diverse tappe una continua sorpresa e sembra aver delineato con chiarezza – ad un anno dalla sua nomina – la cifra di un pontificato che viene guardato con crescente attenzione, non solo da parte dei credenti (in tanti casi, “orfani” dell’empatia e della comunicazione diretta di papa Francesco), ma anche da parte di chi non fa parte della Chiesa di Roma o di chi aveva inizialmente guardato con una certa cautela e diffidenza, questo primo Pontefice nato e cresciuto negli Stati Uniti.
Lui, il “papa americano”, a Madrid ha invitato l’’Europa – “che non sarebbe la stessa senza l’impronta della fede” – “ad abbandonare le narrazioni divisive e polarizzanti” derivanti dalla sua storia, “per passare dalle sterili semplificazioni all’apprezzamento della complessità”. Bisogna guardare avanti e non indietro, sembra suggerire Leone: dobbiamo “apprezzare la complessità, non negarla. È il dono che il Vecchio Continente può fare al mondo se vuole rimanere giovane: rifuggire quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici”. E per essere ancora più chiaro, ha ripetuto ciò che in questi mesi aveva più volte ribadito: “la vera sicurezza non nasce dal riarmo, ma da una politica capace di anteporre l’esistenza dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra”.
Nei discorsi tenuti in Spagna, ci sono tutti i temi che Leone aveva delineato sin dai primi giorni dopo la sua elezione. A cominciare dal tema della pace, annunciato – “disarmata e disarmante “- sin dal suo saluto dalla Loggia. Un messaggio che il Pontefice riconosce essere oggi molto delicato – “per alcuni ingenuo, per altri provocatorio” – perché ha bisogno di superare le ideologie preconfezionate e di aprirsi alla verità. Un richiamo al dialogo e alla pace che oggi non si può disgiungere dalla questione dei rischi legati all’uso dell’intelligenza artificiale in ambito militare.
Richiamandosi anche alla sua prima enciclica pubblicata pochi giorni fa, Leone lo ha detto davanti al Parlamento spagnolo proprio nelle ore in cui – dall’Ucraina al Medio Oriente – l’uso delle armi guidate dai sistemi dell’AI rende evidente le terribili potenzialità distruttive di questi strumenti. “Lo sviluppo delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale in ambito militare – ha ricordato papa Prevost – richiede una rigorosa vigilanza etica, affinché le decisioni sulla vita e sulla morte non siano mai scaricate su automatismi, né sottratte alla responsabilità morale della persona umana”.
La domanda che interpella tutti noi – ha sottolineato Leone alla “Movistar Arena” nel corso dell’incontro con il mondo della cultura, dell’arte, dell’economia e dello sport – è “quale eredità stiamo lasciando al futuro e, di conseguenza, che tipo di comunità stiamo costruendo?”. E la risposta viene offerta attraverso un’altra domanda, apparentemente scontata, ma il cui significato viene affidato a ciascuno: «Oggi constatiamo come la questione decisiva rimanga la stessa: che cosa significa essere veramente umani?» Restiamo umani, formula che meglio riassume il magistero di Leone XIV: un richiamo costante a mettere la persona, la sua dignità e le sue relazioni al centro, anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale e delle grandi trasformazioni tecnologiche.
Restiamo umani. Lo ha ripetuto anche davanti al Parlamento spagnolo, utilizzando anche in questo caso la forma interrogativa che sembra aprire un dubbio, ma in realtà suggerisce già la soluzione.”: “Quale concezione della persona umana ispira le leggi e quale tipo di società queste leggi costruiscono?”. Restiamo umani, una sfida decisiva anche nella capacità di favorire un dialogo sociale “che potremmo paragonare all’arte di tessere reti”, che implica incontro, ascolto, dialogo e rispetto. “La nostra società, infatti, possiede una straordinaria capacità di produrre, innovare e comunicare; tuttavia, sembra che abbiamo ancora bisogno di imparare a custodire l’anima di ciò che essa genera. Altrimenti, corriamo il rischio di essere esperti nei mezzi di comunicazione ed efficaci nella produzione, ma incerti sul perché, a quale scopo, con chi e per chi si produce”.
Infine, il richiamo al ruolo della comunicazione quale elemento fondamentale per la costruzione delle comunità. Un concetto che era già stato espresso da papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni del 2025 e che era stato sintetizzato nel richiamo a “disarmare le parole”. Papa Leone torna sul tema, ribadendo ciò che al riguardo ha scritto anche in Magnifica Humanitas: la comunicazione non è mai neutra. “Nei vari ambiti dell’attività umana dobbiamo prestare attenzione al linguaggio che si utilizza: scritto, orale e, nell’ambiente digitale, anche quello delle immagini; perché la comunicazione non è mai neutra. Ogni espressione comunica, trasmette; può ferire o guarire, distruggere aspettative o aprire nuovi orizzonti, seminare divisione o risvegliare la speranza nella possibilità di costruire insieme qualcosa di genuinamente umano”.