La scomparsa a Bolzano di don Vittorino Dallapé e prima di lui a Merano di don Ettore Garollo mette in luce il ruolo fondamentale che, da sempre e in particolare dopo il 1964, i preti trentini hanno avuto nell’animazione pastorale in lingua italiana delle parrocchie altoatesine. Don Vittorino era nato nel 1926 a Stravino e don Ettore a Levico Terme nel 1929. Ma sono solo due di tanti, tantissimi. Quelli di loro che nell’agosto del 1964 si trovavano in servizio in Alto Adige – quando furono ridefiniti i confini tra le due diocesi e fu creata la Chiesa di Bolzano-Bressanone – risposero in maggioranza con un “ci sono” all’invito a rimanere da parte del vescovo Joseph Gargitter, che avevano conosciuto e apprezzato anche nella sua veste di amministratore apostolico dell’arcidiocesi tridentina.
Uno di loro, don Giancarlo Bertagnolli (che a Bolzano fondò e accompagnò gli sviluppi dell’associazione La Strada – Der Weg) parlava di quei momenti in questi termini: “Gargitter è stato un grande vescovo. Lo ricordo ancora molto, con affetto. Quello che mi ha impressionato quando è nata la nuova diocesi è che ci ha detto: ‘I preti trentini che sono qui, li prego di rimanere perché c’è la cura d’anime della popolazione di lingua italiana’. Ci è stata offerta la possibilità di scegliere. Se sono rimasto a Bolzano è stato in primo luogo per questo appello del vescovo. A me dispiaceva molto questo distacco dei decanati altoatesini da Trento, perché sono stato sempre molto legato al mondo tedesco. Ho sempre sentito tutti come fratelli e figli di uno stesso Padre, gli amici di lingua italiana, tedesca e i ladini”.
Quello sui preti trentini fu un investimento pastorale che conferma la statura umana e la visione strategica di Gargitter. Ebbe un chiaro orizzonte nell’impostare la nuova diocesi, ben consapevole di cosa voglia dire essere chiamati a governare una realtà plurilingue e pluriculturale e forte dell’esperienza innovativa del Concilio Vaticano II.
Aveva già capito molto bene ciò che fu poi ribadito nell’ultimo Sinodo diocesano (2013-2015), rimanendo peraltro ad oggi lettera morta (perché le parole hanno bisogno di persone che le rendano vita): “Nell’ottica del bene comune, siamo tutti responsabili di tutti. Nelle comunità cristiane i membri di un gruppo linguistico sono corresponsabili anche per i membri di altri gruppi linguistici. Tutti coloro che sono attivi nella pastorale curano in modo particolare questo aspetto” (n. 58). E soprattutto: “Apposite regole garantiscono la pari dignità e la corresponsabilità delle diverse componenti linguistiche, evitando l’appiattimento sull’una o l’altra tradizione” (n. 59). Nel suo messaggio alla nuova diocesi (agosto 1964), mons. Gargitter si rivolse in primo luogo proprio al clero. “Penso in particolar modo a voi, sacerdoti di madre lingua italiana. Voi sapete che io vengo incontro a tutti voi con l’identico amore paterno, lasciandomi ispirare e guidare nella mia attività episcopale e pastorale dalla parola dell’apostolo che dice: «Infatti voi tutti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, perché, quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non vi è più né giudeo né greco; né servo, né libero; né uomo né donna; ma voi tutti non siete che una sola persona in Gesù Cristo» (Gal. 3, 26-28). Con l’aiuto della grazia divina tutto il clero del territorio diocesano, tenderà a divenire una comunità fraterna, affinché il vescovo e il clero, in una prospettiva cattolico-universale e nello stesso tempo diocesana, edifichino attraverso un’unanime collaborazione anche con i laici la Chiesa Bauzanensis-Brixinensis, quale cellula vitale e feconda dell’intero regno di Dio sulla terra”.
Ai preti chiese di “essere aperti anche verso nuove forme di cura d’anime, secondo le esigenze delle mutate forme di vita: nella predicazione, nel rinnovamento liturgico, nella cura della gioventù, nell’apostolato dei laici, nell’impegno per l’annuncio e l’attuazione della dottrina sociale cristiana”.
Scrisse infine: “Lasciate che vi partecipi ancora un pensiero che mi sta particolarmente a cuore. Noi sacerdoti chiamati a vivere e lavorare in questa diocesi bilingue, dovremo prestare una speciale attenzione al precetto dell’amore. Quali testimoni della carità di Cristo noi ci dedichiamo con carità e cura sacerdotale a tutti i fedeli, senza differenza di lingua, sempre pronti a confortare e rafforzare tutti nel reciproco amore. A nulla servono le nostre fatiche e attività se non nascono dall’amore e nell’amore si compiono”.
Il primo vicario generale della nuova diocesi, mons. Lino Giuliani (Mezzolombardo, 1915 – Bolzano, 2006), ricordava come particolarmente bisognosa di organizzazione pastorale fosse la parte di lingua italiana, da sempre vissuta ai margini del compatto gruppo di lingua tedesca e della diocesi di Trento: “Il progetto di fondo di mons. Gargitter, in linea con il motto pastorale ‘Animam pro ovibus’ e in funzione di costruttore di pace e serenità, fu di attrezzare la comunità di lingua italiana di tutte quelle strutture pastorali che la togliessero da una impressione e da una condizione di inferiorità, rispetto al settore di lingua tedesca, nel quale si trovò improvvisamente inserita, calata a comunità minoritaria in seno alla nuova diocesi”. Una situazione organizzativa propedeutica ai processi di unificazione avviati poi dall’ultimo Sinodo diocesano, da attuarsi “evitando l’appiattimento sull’una o l’altra tradizione”.
Nelle tre lingue – italiano, tedesco e ladino – si incontrano le culture”, disse papa Benedetto XVI nel 2008 a Bressanone. Dell’incontro tra le culture “oggi tanto abbiamo bisogno”. “Sappiamo che non sempre è facile, ma che sempre è fruttuoso e ricco di doni, che aiuta tutti e ci rende più ricchi, più aperti e più umani”. I preti trentini in Alto Adige alla costruzione di questo incontro tra lingue, culture, persone, hanno dato un contributo impagabile. Loro hanno seminato, altri raccoglieranno. Non saranno mai ringraziati abbastanza.