“Questo articolo è scritto dall’autore e non da ChatGpt. Non è una citazione, non ci sono le virgolette; non è una precisazione bizzarra o eccentrica. Men che meno inutile. È una sorta di indicazione preventiva, come quando al supermercato si cerca qualcosa con la denominazione di origine controllata. Nel giro di tre anni, il mondo della comunicazione è stato rivoluzionato per effetto dell’Intelligenza Artificiale generativa che scrive testi, relazioni, articoli giornalistici. Al punto che ogni volta che leggiamo qualcosa, il dubbio si insinua: sarà scritto da chi firma o l’autore è qualche chatbot (ChatGpt, Gemini, Cloud)?
Come ormai ben sappiamo, l’Intelligenza Artificiale generativa non è uno strumento “neutro”: non è una calcolatrice che esegue un’operazione matematica complessa in tempi rapidissimi fornendoci un risultato che è ben definito. I lavori prodotti da ChatGpt e dagli altri chatbot sono, invece, il risultato delle indicazioni inserite dall’uomo nel sistema, un modello, insomma, orientato da scelte umane che ha stabilito quali contenuti utilizzare per l’addestramento, quali toni adottare, quali argomenti trattare con cautela, quali errori evitare.
In altre parole, l’AI non “pensa” in modo autonomo e imparziale, ma riflette i criteri e i valori incorpo-oblò rati da chi l’ha progettata.
Quale giornalismo ci aspetta dunque nel prossimo futuro?
Quello che Ryszard Kapuscinski nelle conversazioni sul buon giornalismo (“ Il Cinico non è adatto a questo mestiere”, Edizioni e/o, 2000) inquadra nel sempre più difficile rapporto tra realtà e narrazione, e sulla necessità -anche dal punto di vista etico di muoversi tra la ricerca della verità e i condizionamenti del potere? Per il grande reporter polacco, “è sbagliato scrivere di qualcuno senza averne condiviso almeno un po’ la vita”.
L’esatto contrario del giornalismo prodotto, guidato o anche solo condizionato dell’AI.
Quel giornalismo – per usare l’immagine di Kapuscinski che diventa l’espressione più evidente del cinismo applicato non solo all’informazione, ma alla comunicazione in senso generale. Il messaggio di papa Leone per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali evidenzia proprio questo pericolo. “Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi conosciuti come Intelligenza Artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane”. Che non è semplicemente “una sfida tecnologica, ma antropologica”.
“Negli ultimi anni – scrive Leone – i sistemi di intelligenza artificiale stanno assumendo sempre di più anche il controllo della produzione di testi, musica e video. Gran parte dell’industria creativa umana rischia così di essere smantellata e sostituita con l’etichetta “Powered by AI”, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore”.
Diffuso a gennaio, il Messaggio (“Custodire voci e volti umani”) rappresenta un primo importante documento del nuovo papa sulle questioni della modernità ( vedi Vita Trentina, 1. febbraio 2026, “Intelligenza artificiale, una voce fuori dal coro”) e una denuncia sui rischi che già condizionano le persone e le comunità. “La tecnologia che sfrutta il nostro bisogno di relazione può non solo
avere conseguenze dolorose sul destino dei singoli, ma può anche ledere il tessuto sociale, culturale e politico delle società. Ciò avviene quando sostituiamo alle relazioni con gli altri quelle con IA addestrate a catalogare i nostri pensieri e quindi a costruirci intorno un mondo di specchi, dove ogni cosa è fatta “a nostra immagine e somiglianza”.
Una riflessione che non riguarda solo i giornalisti (anche se è a loro che il messaggio è indirizzato), né solo il mondo dei credenti. È un grido d’allarme che riguarda tutti e che non può essere ignorato. “Il potere della simulazione è tale che l’IA può anche illuderci con la fabbricazione di “realtà” parallele, appropriandosi dei nostri volti e delle nostre voci. Siamo immersi in una multidimensionalità, dove sta diventando sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione”.
“I modelli di IA sono plasmati dalla visione del mondo di chi li costruisce e possono a loro volta imporre modi di pensare replicando gli stereotipi e i pregiudizi presenti nei dati a cui attingono.
La mancanza di trasparenza nella progettazione degli algoritmi, insieme alla non adeguata rappresentanza sociale dei dati, tendono a farci rimanere intrappolati in reti che manipolano i nostri pensieri e perpetuano e approfondiscono le disuguaglianze e le ingiustizie sociali esistenti”