Inaspettatamente, la lunga guerra di Ucraina ha riaperto un dossier comunitario che sembrava dimenticato: l’allargamento dell’Unione a Kyiv e ad altri paesi dell’Est Europa. Va ricordato che quella del graduale allargamento da sei a ventisette membri è stata una delle politiche “estere” di maggiore successo dell’Ue. Ben 7 successivi round dal 1973 (entrata della Gran Bretagna) al 2004 (gli ex paesi sovietici) hanno contraddistinto la straordinaria attrazione dell’Ue come àncora di stabilità, democrazia e sviluppo economico nei confronti dei paesi vicini.
Questo straordinario processo di continuo allargamento ha subìto un drammatico stop nel 2015 con il referendum di Londra che ha portato alla Brexit. Tutto d’un colpo si è compreso che l’integrazione europea non era per nulla un dato di fatto irreversibile: era sempre possibile uscirne.
A rendere le cose ancora più difficili si erano nel frattempo aggiunte le difficoltà insormontabili del negoziato con la Turchia, che è ancora sulla carta dopo quasi 20 anni di stop and go. Analoghe difficoltà di incontravano anche sul dossier che riguardava i sei paesi dei Balcani usciti dalla dissoluzione della Jugoslavia. La questione era diventata così ingarbugliata da convincere il predecessore dell’attuale presidente della Commissione, Jean-Claude Junker, a dichiarare che durante il suo mandato non si sarebbe parlato di allargamento. In aggiunta la Francia modificava la Costituzione inserendo una clausola (in funzione anti-turca) che prevedeva in Parlamento una maggioranza di 2/3 a favore di qualsiasi nuovo allargamento oppure il ricorso al referendum.
A completare il quadro di scetticismo subentrava la evidente difficoltà di rendere efficiente un’Unione a 27, anche a causa del diritto di veto nel Consiglio Europeo. Che sarebbe successo con 30 o 32 membri?
A cambiare questo stato di cose è intervenuta quattro anni fa l’aggressione militare della Russia contro l’Ucraina e la percepita conseguente minaccia conto l’intera Ue. Fin dall’inizio la presidente della Commissione Ursula von der Leyen si è resa conto dell’importanza di offrire una prospettiva di adesione ad un paese che dai tempi di Piazza Maidan nel 2013 aveva fatto dell’associazione all’Unione la sua forza politica e la sua resistenza contro Mosca sia nel 2014 ai tempi della prima guerra e ancora di più nel 2022 di fronte al secondo micidiale attacco. Ma come ben si sa i negoziati per l’adesione durano in media una decina d’anni, un tempo non realistico per un paese sotto la minaccia di conquista territoriale.
Per di più, mentre con l’amministrazione Biden gli Stati Uniti si sono decisamente schierati in aiuto, militare e finanziario, a fianco di Kyiv, con l’arrivo di Trump l’intero scenario si è capovolto a sfavore dell’Ucraina. Venuta meno la garanzia americana è stato gioco forza per gli europei trovare un’alternativa agli Usa. E l’unica vera minaccia nei confronti di Vladimir Putin si è dimostrata quella di accelerare al massimo il processo di allargamento dell’Ue sia all’Ucraina che alla Moldavia (pure essa esposta alle mire espansionistiche di Putin). Di qui prima la proposta del Cancelliere Friedrich Merz di attribuire lo status di membro associato all’Ucraina e poi successivamente del duo Merz-Macron di offrire il ruolo di osservatore nelle istituzioni dell’Unione e la possibilità di accedere in modo selettivo al mercato unico europeo. Questa seconda indicazione è emersa venerdì scorso a Tivat in Montenegro nel corso della riunione con tutti i paesi dei Balcani, anch’essi in attesa da anni per entrare nell’Ue.
In effetti, una delle questioni più complicate da risolvere è proprio quella di non separare nettamente le esigenze di urgenza dell’Ucraina dalle giuste aspirazioni degli altri paesi dell’Est usciti dal tallone sovietico. Non solo. È anche del tutto evidente che i futuri allargamenti, se e quando ci saranno, dovranno garantire i nuovi membri e l’intera Unione anche e soprattutto sul piano della sicurezza e della difesa.
Interessante quindi assistere un paio di giorni dopo la riunione di Tivat all’incontro a Londra del cosiddetto gruppo E-3 composto da Francia, Germania e la ritrovata Gran Bretagna per affrontare assieme a Volodymyr Zelenskyy anche il tema della difesa in nome del ben più ampio numero dei Volonterosi (una trentina di Stati) pronti a sostenere anche militarmente l’Ucraina. Temi tutti di enorme urgenza e da risolvere al più presto, anche perché la situazione politica all’interno dell’Unione rischia di cambiare radicalmente nei prossimi mesi con le elezioni previste in paesi chiave, come la Francia. Peccato che in entrambe le riunioni abbia brillato per la sua assenza la nostra leader Giorgia Meloni, cui il dossier dei Balcani e il futuro della sicurezza europea dovrebbero essere considerati una priorità assoluta, anche rispetto al 212° anniversario a Reggio Calabria della fondazione dell’Arma dei Carabinieri.