Si pensava che la sonora sconfitta di Viktor Orbàn in Ungheria avrebbe segnalato l’inizio del declino dell’euroscetticismo. Nulla di più sbagliato, purtroppo. La sirena sovranista e nazionalista è passata senza soluzione di continuità in altre mani e altri Stati dell’Europa occidentale. A prendere il posto di Orbàn ci ha pensato subito il primo ministro slovacco Robert Fico che, pure essendo formalmente un socialdemocratico, non ha esitato a recarsi a Mosca alla parata di Vladimir Putin del 9 maggio. Tanto per ricordare che i filo- Putin (e anti-Ucraina) non mancano mai, soprattutto nell’est dell’Ue. In effetti di questo schieramento fanno parte anche la Repubblica Ceca del miliardario Andrej Babis, primo ministro populista. Come pure la Bulgaria dell’euroscettico Radev Rumen in equilibrio costante fra Bruxelles e Mosca. Non manca dal quadro neppure la Romania che proprio in questi ultimi giorni ha vissuto la crisi del governo filoeuropeista di Ilie Bolajan a causa della sfiducia di alcuni partiti di destra e populisti parte della coalizione.
Se guardiamo bene a questi eventi è possibile trarre la conclusione che il grande allargamento del 2004 agli ex-paesi dell’Urss non è stato mai del tutto digerito. I processi di socializzazione dei fondatori dell’Ue sulla necessità di una sempre maggiore integrazione non sono mai stati vissuti a fondo nell’Est. Anzi, il timore di sostituire il centralismo di Bruxelles a quello sovietico di Mosca ha creato non pochi ostacoli all’approfondimento ulteriore dell’unità europea. Il vero collante dell’Ue nei confronti di questi nuovi membri è stato molto di più il vantaggio economico che quello politico: i fondi comunitari rappresentano infatti una proporzione spesso maggioritaria del Pil nazionale.
Ma ad aumentare ancora di più l’allarme sulle prospettive di ulteriore sviluppo dell’Ue va anche esaminata la posizione della Germania e del claudicante governo Merz dopo un anno di cancellierato. In questo periodo le elezioni nei vari Länder e i sondaggi di opinione segnalano una crescita impetuosa del partito di estrema destra e antieuropeo di AfD.
Oggi questa formazione partitica, abbastanza recente, viene ormai data come maggioritaria nel paese con un vantaggio dai 4 ai 6 punti sul partito di governo di Merz. È vero che ciò è dovuto in larga parte al continuo declino dell’economia tedesca, ormai da cinque anni in recessione.
Neppure i 5 miliardi di euro travasati dal cancelliere nel campo della difesa possono avere effetti nel breve periodo. Anche a Berlino il tema della scarsa competitività economica pesa come un macigno sui vari governi e le conseguenze sul piano dell’estremismo populista si fanno sentire. Ciò va a discapito di un’azione credibile di Merz sul piano europeo e del rilancio sul piano internazionale sia della Germania che di Bruxelles.
Ne sono una prova evidente i suoi tentennamenti con Donald Trump che viene riverito nella visita alla Casa Bianca e condannato senza appello per la guerra in Iran una volta ritornato a Berlino. È facile comprendere gli effetti deleteri sul futuro dell’Ue nel caso di un avvicinamento di AfD all’area di governo e di una Germania anti
comunitaria e filo putiniana.
Siamo sperabilmente ancora lontani da tale prospettiva, ma il timore è ancora più palpabile se si ruota lo sguardo verso la Francia che il prossimo anno sarà alle prese con la sostituzione di Macron all’Eliseo. Anche qui le prospettive di vittoria della destra nazionalista di Marine Le Pen sono lungi dall’essere escluse dal momento che non si vedono emergere dall’attuale area di governo candidati credibili. Gli effetti sarebbero clamorosi e forse non ci rendiamo ancora conto dei rischi che potrà correre l’UE di fronte all’assenza o al declino del motore franco-tedesco. Difficile intravedere alternative a questo nucleo centrale dell’integrazione europea.
A rendere il quadro generale ancora più inquietante va poi aggiunto il recente risultato delle elezioni locali in Gran Bretagna, dove i laburisti di Keir Starmer rischiano di scomparire a vantaggio degli ultraconservatori di Nigel Farage, padre della Brexit e oggi capo di Reform UK, partito populista e nazionalista. Ciò accade proprio nel periodo in cui la Gran Bretagna sta manovrando al fianco dell’Ue per varare una politica di sicurezza e di difesa che fa fatica ad emergere all’interno della sola Unione. I cosiddetti “volonterosi”, nettamente schierati in sostegno dell’Ucraina in funzione anti Putin, trovano nella partecipazione della Gran Bretagna quella credibilità nel campo della difesa che manca ai partner attuali dell’Ue.
Insomma, l’infezione del populismo non cessa davvero di operare in un’Europa occidentale che cerca di sfuggire alla doppia aggressione: militare da parte di Putin, economica e di sicurezza da parte di Trump.
D’altronde non esistono alternative credibili all’integrazione europea. Il ritorno ai nazionalismi degli Stati sarebbe la fine dell’Europa occidentale. L’Ue – e il suo rafforzamento – rimane quindi la sola vera carta da giocare per sperare in un futuro migliore