Non c’è peggior sordo…

I lettura: Isaia 35,4-7a;

II lettura: Giacomo 2,1-5;

Vangelo: Marco 7,31-37

“Fa udire i sordi e fa parlare i muti”. Eh, non capita tutti i giorni. Non pochi si chiedono: ma sono vicende realmente accadute? E, se lo sono, chi è mai questo Gesù che riesce a far cose del genere? Se lo chiedeva anche la gente di allora: “Chi sarà mai costui?”. Oltre che far udire i sordi e parlare i muti, pare che abbia anche ridato la vista a dei ciechi, raddrizzato sulle loro gambe paralitici, guarito molti malati, e ridato la vita anche ad alcuni morti… E molti (che erano ebrei e conoscevano la Bibbia) si ricordarono allora delle parole del profeta che secoli prima aveva preannunciato: “Ecco il vostro Dio che viene a salvarvi. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo e griderà di gioia la lingua del muto”. Si ricordarono di queste parole e alcuni conclusero: ecco la promessa che si realizza; è arrivato! Gesù è l’inviato di Dio.

Molti però, nonostante le prove, non gli hanno creduto: curiosità sì, molta, ma fiducia, adesione a lui, poca. E ciononostante egli continuava a guarire, a ridare vita e salute. E quelli che ne beneficiavano, di solito lo seguivano: come Maria di Magdala, come Bartimeo, il cieco di Gerico. Avevano provato sulla propria pelle che lui era l’inviato di Dio. E gli diedero fiducia.

E a noi, oggi, come possono interessare queste vicende? Ecco, a me pare che il rischio della cecità, della sordità, del mutismo, sia tutt’altro che scomparso di questi tempi. Alludo (ma ovviamente è solo un esempio) alle drammatiche vicende dei rifugiati e degli esuli che premono in massa alle frontiere dell’Europa. In questo clima culturale di esasperata autodifesa che si sta creando, cecità, sordità e mutismo sarebbero le reazioni peggiori che si potrebbero mettere in atto. Quante svolte drammatiche ha conosciuto la storia dopo che molti, troppi, hanno scelto di fare i ciechi, i sordi, i muti! Non sfugga, peraltro, la procedura di guarigione che segue Gesù Cristo, stando al brano evangelico di questa domenica. Prende quel sordomuto, lo porta in disparte lontano dalla folla, gli tocca con le dita gli orecchi e la lingua, poi – guardando verso il cielo – emette un sospiro e gli dice: “Apriti!”. Perché questi gesti? È una messinscena o cos’altro? No, ogni gesto qui ha un significato. Se, per cominciare, Gesù porta quel poveretto in disparte lontano dalla folla, è perchè la relazione che vuol instaurare con lui è “personalizzata”: è una faccenda in cui entra in gioco non la folla, o la massa, ma l’individuo: con la sua libertà. E quel sospiro, con lo sguardo verso il cielo, sta a dire che Dio soffre a vedere i suoi figli ciechi, o sordi, o muti. È un sospiro carico di commiserazione ma anche di esasperazione: come quello di un medico che si spazientisce di fronte a un malato che rifiuta ostinatamente di lasciarsi guarire, o come colui che vuol trarre in salvo un naufrago, ma costui non accetta di lasciarsi salvare: ecco il perché di quel sospiro di Gesù. Ed è sorprendente quel comando: “Apriti!”. A chi è rivolto? Alla lingua o agli orecchi? All’uomo è rivolto, a ogni individuo – donna o uomo che sia – e gli dice in tutta schiettezza: “Senti: se vuoi ch’io possa fare qualcosa per te, elimina ogni diffidenza e lasciami entrare nella tua vita. Apriti! Dammi la tua fiducia!”. Il proverbio dice: Non c’è peggior sordo di colui che non vuol sentire. Si potrebbe aggiungere: Non c’è peggior muto di chi non vuol parlare. Anche nell’esperienza della fede accade: c’è chi fa finta di simpatizzare per Gesù Cristo, ma in realtà non lo vuol né sentire né ascoltare. E perciò accade che quando pensa o ragiona o parla, non ci sono le parole di Cristo nel suo linguaggio: ecco il sordomuto. Nessuno lo può guarire, se non decide lui stesso di accogliere quel comando: “Apriti!”. Alla radice di certe incomprensioni, di tanti malumori, di molti sciocchi pettegolezzi, non c’è proprio questo motivo alla fin fine? Diciamo parole che sanno di terra terra, non sono quelle di Gesù Cristo. Buttiamo lì giudizi e opinioni che sono esclusivamente nostrani, non sono quelli del vangelo!

Quanto vangelo c’è nel nostro parlare? Nei nostri modi di valutare (persone, situazioni, cose)?

Perché se non ce n’è, o ce n’è poco, vuol dire che non è ancora potuto entrare non solo nei nostri orecchi ma soprattutto nel cuore, e di conseguenza ci ritroviamo muti, quando si tratta di lasciarlo passare nei nostri discorsi e nei nostri atteggiamenti. Ma… bando al pessimismo: non voglio scoraggiare nessuno con queste conclusioni, anzi. L’Eucaristia domenicale è l’occasione in cui – proprio come accadde a quel sordomuto – ci lasciamo portare in disparte da Gesù. Mai ci è così vicino il Signore come al momento dell’Eucaristia: tanto che ci tocca, come ha toccato la lingua e gli orecchi di quel poveretto. E se facciamo attenzione (un’attenzione di fede!) non è affatto strano sentire anche su di noi quel sospiro di cui ci parla il vangelo. Soprattutto è quella parola, quel comando, che possiamo sentirci rivolgere: Apriti!

Ma qui, a questo punto, tocca a ciascuno personalmente rispondere. Ogni domenica, a ogni Eucaristia, siamo provocati ad allargare un po’ di più lo spiraglio del cuore, in modo che il Signore possa davvero entrare nella nostra vita e trasformarla tutta.

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