Sono passati vent’anni da quando la giovane neolaureata newyorkese Andrea Sachs faceva la sua irruzione in un mondo del giornalismo all’epoca tutto in evoluzione. Punto di partenza: la gavetta nient’altro che semplice nella redazione di Runaway, vendutissima rivista di riferimento a livello globale per il mondo della moda, agli ordini della potente Miranda Priestly.
Era il 2006 e così iniziava “Il diavolo veste Prada”, tratto dall’omonimo romanzo di Lauren Weisberger e ispirato a fatti e personaggi reali, a partire dall’ex direttrice di Vogue America Anna Wintour. Un film, con il suo stile e i suoi personaggi, che negli anni è diventato iconico, facendo crescere l’attesa per il suo inevitabile sequel.
Ancora diretto da David Frankel, sempre con Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci, “Il diavolo veste Prada 2” parte da tutt’altri presupposti: nel 2026 il mondo del giornalismo è totalmente cambiato e alla talentuosa Andy Sachs, ormai in carriera, non basta vincere premi con i suoi brillanti reportages per evitare il licenziamento assieme a gran parte della redazione del suo magazine, come tutti gli altri in crisi di vendite e abbonamenti, schiacciato da internet e dall’Intelligenza Artificiale.
Nello stesso momento, Runaway si ritrova nel bel mezzo di un polverone mediatico per via di un passo falso con un brand della moda accusato di sfruttare i lavoratori, ed è così che Sachs, con la sua credibilità giornalistica, torna nella redazione dove aveva iniziato, investita del compito di risollevarne l’immagine.
La fase del film che presenta il nuovo incontro-scontro con Priesly, probabilmente la preferita di chi aveva nostalgia del primo capitolo della saga, è solo il preludio di uno svolgimento che, con toni leggeri e lo sfondo dorato della New York dell’alta moda, interseca il tema dei cambiamenti nel mondo dei media e delle loro conseguenze, ma anche l’evoluzione di una società che nel 2006 non immaginava di dover fare i conti con la categoria dei magnate tecnologici che tutto possono comprare, in stile Elon Musk.
Non è cambiata, invece, l’imprevedibile impulsività della protagonista, sia nel privato che nel pubblico, e neppure i forti caratteri dei due reggenti di Runaway, magistralmente interpretati da Meryl Streep e Stanley Tucci. Rimane anche, molto americano, uno spirito fortemente individualista e arrivista, che forse è il lato peggiore di un racconto in cui, se tutti fanno carriera, qualcuno è destinato per forza a rimanere indietro, e finisce cancellato dalla storia e dalla sceneggiatura, non potendo permettersi abiti di marca.