Quando social e “IA” sono nemici del clima

“I l clima non è più un’emergenza”, verrebbe da dire guardando oggi l’agenda dei grandi mezzi di informazione. Certo, ogni tanto la luce dell’attenzione si accende (quando è la cronaca ad imporlo), ma si spegne quasi subito. Un’attenzione ad intermittenza, con brevi accensioni e lunghe pause. Del resto, tutto ciò è anche l’effetto di una informazione sempre più infettata dalla logica dei social dove ogni tema, anche il più importante, sembra avere una natura intrinsecamente effimera, frammentaria e transitoria.

Ma non è solo una questione di informazione “tradizionale”. Ci sono anche i social – oggi riferimento informativo per una buona parte dell’opinione pubblica – che sono stati (e sono) il terreno di coltura per vere e proprie campagne di disinformazione e di negazionismo. Qui, in nome della libertà, ognuno può dire la sua, mettendo sullo stesso piano il parere dello scienziato e quello del vicino di casa: la celebre “invasione degli imbecilli”, per usare la definizione di Umberto Eco, che tutto banalizza e tutto rende liquido. Con l’aggravante che i contenuti negazionisti o critici verso le politiche climatiche, anche in occasione di eventi chiave, sui social risultano esser stati condivisi in misura molto maggiore rispetto a quelli pro-clima. Una disinformazione che inquina il dibattito e che è alimentata da gruppi organizzati che rispondono a precise logiche politiche e di interessi di bottega. Del resto, proprio il dibattito politico (con le scelte di Trump e della destra mondiale a rendere tutto più evidente) ne è chiara dimostrazione.

Non solo disinformazione e negazionismo. Ci sono altri due effetti, tipici dei social network, che nel caso del clima risultano ancora più evidenti. Il primo è quello della “polarizzazione”. L’azione degli algoritmi ha finito per creare una divisione netta tra gli schieramenti, dove ciascun gruppo condivide solo studi, articoli o notizie che confermano la propria visione, ignorando o screditando le fonti contrarie; ha premiato il linguaggio più estremo; ha reso virali soprattutto i contenuti “emotivi” che rendono marginali le altre osservazioni destinate ad un confronto positivo.

Accanto alla polarizzazione, l’altro effetto è quello del “silenzio”. Ci sono temi che sui social non trovano spazio (anche perché gli algoritmi si guardano bene dal renderli ampiamente condivisi) e che per loro natura non sono (per ora?) di grande interesse da parte dell’opinione pubblica. Stiamo parlando degli effetti sul clima del sempre più massiccio utilizzo dell’intelligenza artificiale (IA). Ciò che a prima vista potrebbe apparire un paradosso. Nulla, infatti, sembra essere più pulito e più “green” dell’IA: non ci sono fabbriche, non ci sono ciminiere fumanti, non ci sono discariche a cielo aperto, non ci sono tutti gli altri disastrosi effetti delle rivoluzioni industriali. Eppure, proprio da ciò che a noi appare essenzialmente immateriale sono destinate ad arrivare nuove questioni che inevitabilmente già impattano sull’emergenza climatica.

Il cuore dell’IA, infatti, è fatto di calcoli complessi che necessitano di hardware avanzato e altamente energivoro. Pensiamo alla rete globale di data center gestiti da colossi come Google, Microsoft e Amazon. Queste infrastrutture funzionano senza sosta, richiedendo enormi quantità di elettricità e sistemi di raffreddamento ad alta intensità. L’addestramento dei modelli più sofisticati può generare

emissioni di CO 2 paragonabili a quelle di intere comunità. A ciò si aggiunge l’impatto della produzione dei chip, che comporta estrazione di risorse e processi industriali inquinanti.

Tutto viene moltiplicato dal cosiddetto effetto rimbalzo: più l’IA diventa efficiente, più cresce il suo utilizzo e ciò porta a un aumento complessivo della domanda energetica. Lo dimostra anche ciò che sta succedendo in Italia (ce lo ricordava domenica scorsa Paolo Viana su “Avvenire”) dove c’è una grande spinta per la realizzazione di nuove “server farm”. “Se si realizzassero i progetti in cantiere, il consumo dei data center potrebbe passare dal 2 al 13 per cento dell’energia disponibile nel Paese. Oggi l’intera industria italiana si fa bastare il 29 per cento”. Proprio le questioni legate all’intelligenza artificiale, portano più che mai oggi in primo piano il concetto di “ecologia integrale” della Laudato Si’: la cura della “casa comune” passa necessariamente anche attraverso una valutazione attenta dei benefici e dei rischi dell’IA. Passa dalla consapevolezza dei pericoli derivanti da quello che papa Francesco aveva definito il “paradigma tecnocratico”, quella “visione distorta che concepisce la realtà come una risorsa infinita da sfruttare e manipolare, anteponendo il profitto alla dignità umana e alla natura”.

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