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Lo scoglio della legge elettorale

La partita è più che difficile, ma andrà giocata e da essa dipenderà la possibilità che la legislatura continui senza ampliare fino all’intollerabile le smagliature attuali.

Parole chiave: Politica (1569), governo (271)

Sono tre i nodi da sciogliere: il problema delle soglie di sbarramento; la questione dei capilista bloccati; il premio alla coalizione o alla lista

Se ne parla ogni tanto e si aggiunge che tutto è fermo in attesa del risultato delle elezioni del segretario del PD: parliamo della necessaria riforma della legge elettorale che è il passaggio giustamente imposto dal presidente Mattarella per evitare una votazione con i due monconi di legge diversi fra loro sopravvissuti alle delibere della Consulta. È un passaggio più che complicato e cerchiamo di spiegare il perché.

Prima però sfatiamo una impressione che circola e che cioè la sospensione di tutto in attesa dei gazebo del PD sia un capriccio di Renzi. In realtà il negoziato sulla riforma elettorale è fatto fra i partiti, sia pure sotto lo schermo dei gruppi parlamentari, e non si vede come il PD, partito al momento di maggioranza relativa, ma comunque partito importante, possa parteciparvi fino a che non sarà chiaro chi ne sia il segretario e come sia composto il suo gruppo dirigente (perché anche questo sarà deciso il 30 aprile).

Sgombrato il campo da questa schermaglia, vediamo di capire i nodi della faccenda. Essi sono stanzialmente tre: il problema delle soglie di sbarramento; la questione dei capilista bloccati; il premio alla coalizione o alla lista. La difficoltà nello sciogliere questi nodi è data dal fatto che ciascuno di essi ha referenti diversi e che, come vedremo, risulta difficile, trovare una mediazione.

Partiamo dal problema delle soglie di sbarramento, cioè di quale percentuale di voti è necessario raccogliere per avere seggi in parlamento. I due tronconi di legge sopravvissuti prevedono soglie diverse: 3% alla Camera, 8% al Senato. La prima è bassa ed incita alla frammentazione, la seconda è proibitiva, anche per il fatto che poi al momento le soglie al Senato sono regionali. Alzare il 3% significa però mettere a rischio molte formazioni, dai centristi agli scissionisti PD, ma non solo, e naturalmente questi non ne vogliono sapere per cui eserciteranno tutti i poteri di boicottaggio che possono usare.

Ancora più complessa la questione dei capilista bloccati. L’alternativa, se si rimane più o meno nel sistema immaginato dai due tronconi, è affidare tutto alla scelta delle preferenze, che una propaganda ingannevole vuol far passare per un atto di rispetto alla libera scelta degli elettori. In realtà si aprirebbe una lotta fratricida in tutti i partiti, con ampi spazi di intervento per lobby, finanziatori interessati e quant’altro, perché le preferenze si conquistano con la pubblicità, che costa e non poco, oltre che con le clientele. Berlusconi è assolutamente contrario al sistema delle preferenze perché in un partito senza collanti come FI ciò significherebbe non poter controllare la formazione di gruppi parlamentari all’altezza.

Il tema del premio di maggioranza alla coalizione o alla lista è di quelli di lana caprina. Se è inevitabile fissare il premio a chi raggiunge almeno il 40% dei consensi, al momento non c’è formazione che da sola sembri in grado di riuscirvi. Ma se si passa al premio alla coalizione, poi bisogna immaginare che si sia in grado di metterne insieme in modo tale che non siano ammucchiate che si sciolgono poi appena spartitisi il premio. Occorrerebbe per lo meno immaginare che se la coalizione si scioglie nel corso della legislatura si torna a votare, meccanismo come si capisce molto rischioso.

Ci sarebbero naturalmente alternative, ma non trovano maggioranze per trasformarsi in legge. La più banale sarebbe quella di optare per collegi uninominali, magari col doppio turno. Non ci sarebbe problema di capilista (ogni partito presenta un solo candidato), né di quote di sbarramento (chi vince, vince). Il sistema però non va bene ai Cinque Stelle che hanno un insediamento locale modesto e perderebbero il vantaggio del voto all’ideologia piuttosto che al candidato e men che meno va bene ai piccoli partiti che in quel contesto avrebbero pochissime chance. Rilancerebbe la forza delle componenti locali dei partiti maggiori, ma almeno al primo turno invoglierebbe anche la frammentazione di tutte le pulsioni scissioniste, con cui bisognerebbe poi fare i conti al secondo turno con il rischio del formarsi di “maggioranze contro” (un turno unico all’inglese ci sembra difficilmente ipotizzabile).

Come si vede la partita è più che difficile, ma andrà giocata e da essa dipenderà la possibilità che la legislatura continui senza ampliare fino all’intollerabile le smagliature attuali.

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