“In apicoltura prima la grammatica e poi la pratica”

Il miele è squisito e fa anche bene alla salute. Ma questo noi apicoltori non possiamo dirlo…

Signor Mario, come è nata la sua passione per l'apicoltura?

Cominciai all’età di 26 anni come un hobby, ma da quando sono in pensione, cioè dal 1982, pratico l’apicoltura a tempo pieno. All’inizio miravo ad avere solo un paio di alveari per produrre in casa il miele per la mia famiglia. Il prodotto principe delle api si sa, fa bene anche alla salute. Ma noi apicoltori non possiamo dirlo, perché solo ciò che esce dalle case farmaceutiche aiuta l’uomo a stare meglio.

Da hobby a lavoro. Come è avvenuto questo passaggio?

È stato facile, in apicoltura si moltiplicano facilmente i “pani e pesci”. Da dieci alveari, con abilità e conoscenza, in due anni si può tranquillamente passare a venti. Ma fate attenzione: in seguito bisogna impegnarsi a mantenere ciò che si è costruito.

Oggi è difficile quindi essere un apicoltore?

A differenza di una volta oggi per svolgere al meglio quella che con il passare degli anni è diventata una vera e propria professione, l’apicoltore ha bisogno di un patrimonio di cultura specifica del settore. Il buon apicoltore è sempre aggiornato, studia prima la grammatica e poi si cimenta nella pratica.

Ci parli ora del suo rapporto con il protagonista di questo mestiere: l’ape. Ha mai avuto paura delle punture?

Naturalmente non è mai piacevole essere punti, ma dopo un po’ ci si abitua. L’ape punge raramente e solo per difendersi dai nemici: le mie paure svanirono quando un amico apicoltore mi sottopose ad un test pratico di puntura, in cui scoprii di non avere alcun tipo di reazione allergica al veleno dell’ape.

Quali sono i peggiori nemici delle api?

Le insidie per questi piccoli insetti operai arrivano da più fronti. Innanzitutto dall’uomo, che attraverso antiparassitari e pesticidi forniti dal mercato delle multinazionali sta avvelenando l’ambiente. E se l’ape scompare, viene a meno anche l’impollinazione. Ma la piaga peggiore è rappresentata oggi dalla varroa, autentico killer.

Di che si tratta?

La varroa è un parassita di provenienza est-asiatica, introdotto nel nostro paese a causa della scellerata commercializzazione di sciami e di api regine provenienti dall’Oriente. L’apis cerana, questo il nome della specie degli insetti importati, si sviluppa prima della ligustica (o ape italiana, più docile e mansueta) e grazie a delle mascelle potenti riesce facilmente a liberarsi dell’acaro che la infesta. Il contatto con le api locali è stato inevitabile e con esso il contagio: la varroa è dotata di 4 paia di zampe, con le quali si appiccica all’insetto ancora in stato di larva. Ne succhia succhiandone, provocando la morte prematura dell’insetto o nel caso migliore impedendo la normale crescita dell’ape. La varroa indebolisce la famiglia, facilitando il contagio da virus dell’intero alveare.

Come si combatte la varroa?

Esistono alcuni prodotti chimici, ma si spera sempre che il progresso consegni agli apicoltori qualcosa di meno impattante. Anche i prodotti di sintesi infatti possono indebolire la specie: non dimentichiamo infatti che l’ape è un insetto molto piccolo. Gli organismi poi hanno una grande capacità di adattamento e può accadere che il veleno non faccia può effetto su alcune specie di parassiti. Allora si aumenta la percentuale, sempre di più, in un circolo infinito. Si corre il rischio insomma di combattere una battaglia già persa in partenza.

Quali sono i prodotti delle api?

L’ape viene collegata istantaneamente al miele, ma c’è di più. Nell’alveare viene prodotta la pappa reale, il cibo della regina che nutrendosene potrebbe vivere anche fino a 5 anni: tantissimo se pensiamo che un'operaia vive 40-45 giorni. Le api si nutrono di polline, sostanza proteica, corposa, senza la quale non potrebbero produrre la cera. Inoltre questo infaticabile insetto raccoglie sulle piante il propoli, il vero cemento che sostiene quella perfetta costruzione ingenieristica che è l’alveare. Propoli significa proprio "a difesa della città" ed è un antibiotico per eccellenza.

Quali sono i mieli tipici di montagna?

In Trentino il miele d’"alta quota" è quello di rododendro e viene prodotto in buona quantità solo se il mese di luglio non presenta eccessive precipitazioni. Nelle nostre zone è abbondante anche la produzione del millefiori.

Il 2008 è stata una buona annata per voi apicoltori?

Al contrario, per gli apicoltori è stato un disastro. Ha piovuto con intensità e si sa, le api non volano con l’ombrello. L'anno più produttivo per l'apicoltura di montagna è stato il 1977: il miele usciva anche “dai sassi”. Ma non tutti gli anni sono uguali.

È migliore il miele di montagna o di città?

Come il latte, il burro, il formaggio di montagna hanno un gusto unico, anche per il miele vale lo stesso discorso. Non nego che la montagna mi piace e con essa anche l’incredibile varietà floreale delle nostre valli che permette alle api di produrre un miele diverso da zona a zona. Ciò non toglie che anche il miele di pianura sia squisito. Penso alla robinia, il primo dell’anno, meno corposo del millefiori, ma più dolce.

intervista della classe 5^ dell'istituto elementare Maria Bambina

(a cura di Marco Mazzurana)

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