Quel bisogno di concretezza

Nella casa del padre mio vi sono molte dimore

DOMENICA 10 MAGGIO – QUINTA DOMENICA DI PASQUA – ANNO A

At 14, 21-27; Sal 144; Ap 21, 1-5; Gv 13, 31-33. 34-35

Nel tempo della “clausura”, dovuto alla pandemia, mi sono risuonate tante volte alle orecchie rassicurazioni secondo le quali tutti avremmo imparato da una così terribile esperienza, tutti saremmo cambiati in meglio. Per arrivare a un simile risultato dovremmo imparare molte cose, probabilmente troppe e non ne siamo preparati. Un medico ha scritto su un quotidiano locale che «se fosse così, tra qualche anno il coronavirus da nemico passerà ad essere ricordato come un benefattore dell’umanità» (Luigino Pellegrini). Cambiare non è facile, non si tratta solo di lasciare abitudini inveterate, di rivestirsi di un nuovo look più consono alla nuova situazione. Diventa essenziale abbandonare ogni individualismo e aprirsi agli altri, prevedere e cominciare a costruire il futuro per quanto possibile.

Vedere finalmente nel volto di ogni uomo la chiamata a diventare responsabili del mondo in cui viviamo. Riusciremo a vincere il fascino del denaro, che troppe volte pare l’unico dio in cui sperare? Il Vangelo di questa domenica quinta di Pasqua (Gv 14,1-12) ci invita a guardare il Padre. E’ Filippo che si rivolge a Gesù: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». (Gv 14,8) Questo apostolo in fondo ci rappresenta.

Le sue difficoltà sono anche le nostre, che non riusciamo a passare oltre la superficialità degli eventi. C’è in tutti il bisogno di concretezza, in questo caso di vedere. E’ lo stesso bisogno avvertito dagli Ebrei secoli prima, quando chiesero ad Aronne: «Fa’ per noi un Dio che cammini alla nostra testa» (Es. 32,1). Il bisogno di certezze, il bisogno che i sensi possano sperimentare, fa parte dell’essere uomini. Non deve quindi scandalizzare. A noi, come a Filippo è dato di poter vedere il Padre. Basta contemplare il volto di Gesù, riascoltare tutto ciò che ha detto, imitare ciò che ha fatto.

Vedere il Padre è non lasciare che Gesù sia solo un nome, rimanga sulle nuvole. E’ far sì che il suo messaggio entri nella multiforme città e società d’oggi. Ogni cristiano scopre il volto del Padre, quindi Dio, non semplicemente se legge e studia il Vangelo, ma se lo “riscrive”, tenendo conto del cammino compiuto dall’umanità. Non si tratta di cambiare il messaggio che noi leggiamo nei testi evangelici, ma semmai di riproporlo in un linguaggio comprensibile all’uomo del XXI secolo.

Perché il volto del Padre oggi si accompagna al progresso che crea pace e giustizia, si fa un tutt’uno con quegli uomini che amano e donano la vita. E’ in questo impegno che si manifesta la fede. «In verità io vi dico chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio, e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre.» (Gv 14,12).

Sono convinto che, come cristiano, sono chiamato a continuare e «completare» il progetto di Gesù? Sono convinto che Dio agisce in Gesù perché sono una sola persona?

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