Etiopia, Covid e cavallette

Fame in Etiopia, alle prese con la pandemia e l’invasione delle cavallette. Foto Sir

Sono state rimandate, per il rischio di salute pubblica, le elezioni generali che si sarebbero dovute tenere a inizio maggio in Etiopia, il secondo paese più popoloso d’Africa dopo la Nigeria. Il premier Abiy Ahmed continua a governare un territorio vastissimo con saggezza, nonostante la giovane età. E’ molto popolare soprattutto tra i giovani e tra le donne che vedono in lui un leader che sa rompere con le trame di potere del passato, più o meno recente.

I segni di discontinuità sono evidentissimi a partire da quella decisione-simbolo di liberare i prigionieri politici e cercare di reintrodurli nella vita politica.

Anche la lotta alla corruzione è diventato un punto essenziale, vuole che una fitta rete di piccole e grandi corruttele smettano di infastidire la vita pubblica a partire dagli intrecci ingannevoli nella pubblica amministrazione. Si propone pure di liberare risorse economiche per i settori più svantaggiati della popolazione con il tentativo di creare un sistema di welfare per quanto possibile moderno e calibrato ai reali bisogni delle persone. Per non dire della pace con l’Eritrea dopo anni di guerra insensata che ha dilapidato ingenti ricchezze quando nessuno dei contendenti è in grado di permetterselo.

Ora, risulta facile dire “Etiopia”, ma se ci si chiede cos’è oggi l’Etiopia, subito sorgono le difficoltà con cui Abiy Ahmed deve fare i conti. Ci sono infatti fortissime tensioni tra i vari “popoli” che compongono questo paese di più di cento milioni di abitanti. C’erano anche in passato, ma il pugno di ferro dei vari dittatori le comprimevano, soffocandole nel sangue, alla fine rendendole “irrilevanti”.

Con il tentativo corposo di instaurare finalmente una vera democrazia le spinte separatiste e le rivendicazioni di vario genere sono letteralmente esplose, finora – occorre rilevarlo – in modo dialettico e non violento. Così come, ad esempio, nello scenario italiano di affrontare la crisi dell’attuale pandemia lo stato deve confrontarsi con le spinte delle regioni, anche lo stato etiopico in questi frangenti è sottoposto ad un vero e proprio rivolgimento dovuto al “federalismo etnico”. Quel federalismo nato all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso proprio nel momento in cui si stava frantumando – in Europa – lo stato jugoslavo. Una sorte di mappa etnica, redatta allora, citava addirittura 80 etnie e nel complesso nacquero 9 stati federati.

Si è constatato recentemente che quando la situazione ristagna e la politica etiope vive di azioni di piccolo cabotaggio (quando c’è il rischio di ricadere nelle solite pratiche clientelari e corruttive) è proprio allora che partono le spinte rivendicazioniste delle varie etnie, come in una corsa ad ostacoli per accaparrarsi più risorse. Quando invece – come si sforza di fare l’attuale premier – si mira ad un’azione di più alta levatura riformatrice nella forma e nella sostanza, allora si attenuano le spinte centrifughe con la tendenza a riconoscersi tutti nell’unità nazionale, nello stesso destino.

Riconoscere il ruolo importantissimo delle donne etiopi (considerate finora minoranza “culturale”), dare loro rilevanza e compiti pubblici di prim’ordine, riconoscendo talenti e intelligenze, è un dato di fatto con effetti centripeti evidenti, di unità e aggregazione pubblica finora sottovalutato. Le donne etiopi sanno riconoscersi in una sorellanza che travalica asfittiche limitazioni etniche e territoriali. Che lo stia propugnando un leader di un’etnia minoritaria come quella oromo (cui appartiene Abiy Ahmed) è assai significativo. E’ come se le idee, e le azioni politiche innovative, per un’Etiopia veramente democratica e “di tutti gli etiopi” non possa che partire dalle minoranze etniche e culturali “scartate” che invece ora sono destinate a diventare pietre angolari.

Abiy riferisce sovente la frase di un ethiopian father: “Durante la nostra vita siamo esseri umani, quando moriamo diventiamo terra, e questa terra diventa la nostra nazione”. La mossa del premier è la creazione di un partito della Prosperità, che a prima vista può apparire persino un intento demagogico e velleitario, ma vista la sua caparbietà di aprire davvero nuovi sentieri per l’Etiopia, viene da dargli credito con convinzione come possibile antesignano per tutta l’Africa.

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