Con i nipoti sulla salita di Stava

Oggi è il 35° anniversario della tragedia di Stava: il 19 luglio 1985 morirono 268 persone travolte dalle acque uscite dal crollo dei bacini della miniera di Prestavel. Foto © Gianni Zotta

“Nonna, ma a cosa servivano quelle mascherine?”. Colpisce la domanda incredula di un nipote davanti alla foto in bianconero dei volontari che recuperavano, avvolti nei lenzuoli, i cadaveri di Stava. 35 anni dopo la tragedia fiemmese è bene proporre ai ragazzi un “percorso della memoria”, anche se l’unica verosimiglianza sembra il dettaglio della mascherina.

Ai giovani di oggi, quella ricostruita con immagini e filmati in mostra al Centro di Documentazione a metà valle, risulta oggi una storia incredibile, uno strazio insopportabile, quasi da rimuovere in fretta. E invece, grazie alla Fondazione Stava 1985 voluta dai familiari delle 268 vittime, dobbiamo saper sostare sul dolore di Stava, tanto da ritornare con figli e nipoti sui passi di quella tragedia.

Potremmo proporlo come un pellegrinaggio famigliare – in questa stagione in cui ci è impedito andare in mete lontane– che va però preparato, come ogni cammino, nello spirito e nelle tappe. Non spettacolo itinerante, ma lezione da comprendere nelle sue cause – l’incoscienza di costruire dei bacini fragili sopra una valle abitata e l’incuranza di garantirne la manutenzione – nelle sue conseguenze irreversibili e nella sua eredità morale.

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Stava, il silenzio e il dolore per le vittime della tradegia. Foto © Gianni Zotta

Tenendo in mano la cronistoria dello sviluppo incontrollato della miniera di Prestavel, leggendo i racconti degli anziani che avevano coniato un toponimo per dire la franosità di quella zona, c’incamminiamo in salita partendo dal ponte romano, impotente baluardo quel 19 luglio 1985 alla travolgente ondata di fango delle 12.22.

Davanti alla scultura di Felix Deflorian nel cimitero di Tesero vicino alle 71 tombe senza nome, l’intreccio disperato di mani e di capelli esprime un urlo che squarcia la coscienza. Viene da inginocchiarsi a pregare ed aggrapparsi alla croce della lapide, come fece tre anni dopo la tragedia, nel 1988, l’anziano Papa polacco che ricordò come “nei confronti della natura visibile, siamo sottomessi a leggi non solo biologiche ma anche morali, che non si possono impunemente trasgredire”. Sembra un profetico prologo dell’enciclica Laudato Si’.

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17 luglio 1988. Papa Giovanni Paolo II accanto al monumento alle Vittime di Stava, opera dell’artista locale Felix Deflorian. Foto © Gianni Zotta

Eccoci alla chiesetta della Palanca, allo “Stabat Mater”, dove lo sguardo dolce sulla valle un tempo sfigurata e oggi rinata si trasforma in preghiera silenziosa, vicinanza a tante famiglie – teserane, fiemmesi ma anche tante lombarde e di altre regioni – che sono state private degli affetti più cari. “So bene che la mia vita non sarà mai più quella di prima”, ci disse nelle lacrime un marito rimasto vedovo e senza figli alla vigilia di uno dei primi anniversari.

Ma può essere un pellegrinaggio anche ai cirenei che seppero soccorrere e consolare, ricostruire. “Quelle di migliaia di mani che frugano ancora con immensa pietà – come scrisse il nostro direttore don Vittorio Cristelli nel primo editoriale a poche ore dalla tragedia – mani per la vita che ormai significano un tributo di un ricordo da affidare al cimitero e presso cui pregare a lungo e negli anniversari… per tanti anni”. Trentacinque ormai.

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Quello a Stava può essere un pellegrinaggio anche ai cirenei che seppero soccorrere e consolare, ricostruire. Foto © Gianni Zotta

Arrivati a monte, all’origine dell’offesa alla natura e alla legalità, il pellegrinaggio diventa richiesta di perdono e di conversione, mai concluso, sempre rinnovato.

Non ci sarà nel programma di quest’anno, causa Covid, la tradizionale via Crucis con il mesto concerto. Prima di salire a piedi nelle prossime settimane, potremo però unirci all’Eucaristia di suffragio in diretta televisiva e streaming domenica mattina valorizzando la riflessione del nostro Arcivescovo. Don Lauro, ai curatori del sito parrocchiale dell’Unità pastorale di Cavalese che gli chiedevano cosa serve per far sì che, dopo Stava, il senso di responsabilità collettiva diventi sistema e non episodio, ha risposto: “Avere il coraggio di ammettere che siamo inesorabilmente vulnerabili. Ma riconoscere al contempo che da ogni sconfitta dell’umano – e Stava come la pandemia sono uno scacco alla nostra presunzione d’onnipotenza – si esce solo recuperando la vera natura dell’uomo: l’essere in relazione. Una vita autoreferenziale, autocentrata – modello purtroppo diffuso, anche nella Chiesa – è come un fiume di fango destinato a portare fallimento. Una vita costruita sulla fiducia reciproca è un flusso di acqua fresca, capace di portare frutto”.

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19 luglio 1985, la tragedia di Stava. Foto © Gianni Zotta
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