Crisi: contro il riciclaggio più cooperativa e più lavoro

Il post virus rilancia la bonifica da infiltrazioni che non appartengono alla storia della nostra terra

Lo spunto

Leggo alcuni titoli sui giornali e si riferiscono al “Post-virus” (ma non sta diventando anche un alibi per tutte le manchevolezze, le carenze, i disordini della nostra società “Pre- virus”?) per denunciare il pericolo di vendite immobiliari o aziendali di realtà in affanno che si presterebbero al riciclaggio di denari “sporchi”.
Di qui la minaccia di “infiltrazioni mafiose”, o di camorre e “ndranghete” comunque illegali, non solo italiane certo, perché le mafie – balcaniche, russe, israeliane, cinesi, africane – a volte insospettabile e multinazionali – sono ben diffuse e globalizzate, al pari dei mercati. Leggo anche ( “Corsera” del Trentino, l’altra settimana) di “bar e locali a rischio”, di “allarme della Guardia di Finanza sugli hotel”, di “vendite nel mirino che riguardano gli esercizi chiusi in crisi”. E mi domando: cosa fare? Davvero il Trentino è sul “mercato nero” dei comprati e venduti? Davvero è ostaggio degli interessi mafiosi?

J.C. – Trento

Cosa fare? Prima di tutto smetterla di stracciarsi le vesti gridando “oddio le mafie!”, come se la loro presenza fosse una novità, o come se il “riciclaggio” del denaro derivasse solo dalla crisi provocata dal lockdown, che è stato inevitabile, ma che penalizza gravemente molte attività, soprattutto nel turismo.

Occorre piuttosto esaminare in maniera realistica la situazione e attrezzarsi per affrontarla. Ma non la si può trattare come fosse solo una questione di ordine pubblico, da delegare alla Guardia di Finanza; occorre mettere in atto “misure di sistema”, potenziare agenzie finanziarie specifiche (di ricostruzione del sistema) e avviare consapevolezze diffuse.

L’Italia ha tre “A” da risolvere per rilanciarsi senza retoriche e populismi: Acciaierie, Alitalia e Autostrade. Il Trentino, dal canto suo, deve mettere ordine nel sistema dei trasporti (treni e autobus non sono neppure in grado di trasportare le biciclette i cui acquisti vengono incentivati) e assestare il patrimonio edilizio dell’accoglienza – seconde case e alberghi – che da risorsa rischia di trasformarsi in zavorra e fare da “cavallo di Troia” a interessi disgreganti. L’autonomia, a quel punto diverrebbe un’utopia.

Ora non è solo il “virus” che crea la crisi, né è solo la necessità di cedere i proprio patrimoni a creare il riciclaggio. Il “nero” non viene dai lavoretti pagati in contante, ma dai grandi “sballi” esistenziali spesso connaturati alla natura umana, non gestiti e controllati adeguatamente.

Vengono dalla droga, dalla vendita di armi, dovuta al proliferare di sempre nuove guerre nel mondo. Vengono dai traffici illegali (anche di uomini, donne, bambini…) Ed i proventi in nero finiscono riciclati e ripuliti attraverso investimenti in attività legali che rischiano poi di sommergere chi lavora veramente, perché chi ha il “nero”, per ripulire i suoi quattrini non bada ai costi che deve affrontare: acquista negozi e case a un prezzo maggiorato, e non si preoccupa se, per un periodo, lavora in perdita. E’ una deriva sleale ben conosciuta anche “prima” del virus. L’epidemia l’ha accentuata ed è con questa realtà che occorre fare i conti. Quando ci sono troppi debiti qualcuno, prima o poi li rileva, e con essi si impossessa anche del capitale. Non ci sono solo le “mafie”. Anche le cosiddette agenzie, spesso multinazionali, di “recupero crediti” possono diventare un veicolo possibile di “riciclaggi”, ed è facile capire il perché. Non è che chi recupera i crediti è più bravo di chi li ha concessi – e perduti – è che sa far girare il denaro, magari da un paese all’altro, in un’altra maniera. Il punto è che spesso, fare il passo più lungo della gamba porta poi a perdere ambedue le gambe, a doversi disfare di patrimoni che non sono solo “privati”, ma fanno parte di un’identità pubblica e collettiva, fonte di lavoro per una comunità. Non si vendono solo attività, ma pezzi di territorio e di storia. E a comperare – complessi edilizi e turistici, alberghi, negozi – una volta sono gli americani, una volta i russi, poi i cinesi, le grandi catene ..gli indiani – mentre l’autonomia, evidentemente, fa la fine delle foglie del carciofo. Che fare? Due ipotesi di lavoro si affacciano in questa emergenza, ambedue sperimentate.

La prima è una sorta di “Iri” locale (chiamiamola “Patrimonio” o una cosa simile) che rilevi le strutture in crisi senza disperderle, affidandole poi a giovani capaci di rilanciarle o cambiarne destinazione.

La seconda è dare più peso al sistema della Cooperazione, che è nato, con le sue potenzialità (e i suoi limiti) non solo per solidarietà, ma per difendere un patrimonio costruito a fatica dalle generazioni. Per questo i profitti delle cooperative sono indivisibili, per questo le cooperative non possono essere vendute, ma si trasmettono da una generazione all’altra. Per questo sono una delle pochissime realtà a sostenere il futuro dei giovani. La Cooperazione, con tutte le sue difficoltà, resta il fondamento dell’autonomia trentina

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