“Giovani per sempre”: il libro di Sergio Boem sui 94 soldati austriaci trovati sul Tonale

Il ritrovamento raccontato nel libro di Sergio Boem, edito da Editrice Rendena, è stato fatto sul Tonale

Appartengono a ragazzi “rimasti giovani per sempre” quei 94 corpi ritrovati a Cima Cady, sul versante trentino del Tonale. La scoperta è stata fatta a settembre del 2021, ma la ricerca è cominciata ben prima, tra le pagine di un “diario storico” che è il lascito di Ubaldo Ingravalle, nonno di Sergio Boem, autore del libro “Sui prati del Tonale – 94 Stelle Alpine. Un incredibile ritrovamento, una vicenda riemersa dal nostro passato. 1918 – I dimenticati di Cima Cady” (Editrice Rendena, dicembre 2021).

Il libro fa parte di una collana più ampia dedicata alla Grande Guerra, che conta già 13 titoli pubblicati da Editrice Rendena. La storia si apre con un viaggio in treno di Ingravalle, che nel suo diario cita più volte l’esistenza di due fosse comuni dove, dopo la battaglia del 13 giugno 1918, erano stati gettati i corpi di alcuni soldati austroungarici. Una scoperta che smuove la coscienza del nipote Sergio Boem, che nel 2019 si mette sulle loro tracce. E’ a loro, a quelle 94 vite spezzate in tenera età, che viene dedicato il libro, ma non solo. “Questo libro – scrive Boem nell’incipit – è dedicato a tutti quei sanitari che, come i protagonisti di questo libro, hanno affrontato un nemico spesso a mani nude e talvolta perdendovi la vita. Per spirito di servizio e senso del dovere”.

Il libro, edito a dicembre del 2021, arriva dopo il ritrovamento, a settembre 2021, dei 94 corpi

Nell’ultimo capitolo, viene raccontato il ritrovamento dei corpi. Durante una “vacanza montana”, Boem si reca sul Tonale. Subito lo colpisce la terra smossa, e comincia a scavare sino a trovare dei bottoni e il brandello di una divisa. Infine, tocca quello che all’inizio gli sembra un sasso, ma che poi si rivela un cranio umano. E “quelle radici bianche e spugnose che solo ora osservavo meglio – scrive l’autore – non erano vegetazione ma ciò che restava di piccole ossa: forse le dita di una mano”. Ed è sconforto, non sorpresa, quello che prova quando, a lato del cranio e delle dita, compaiono altre ossa e una scapola.

Pensando a come possa essere morto l’uomo, un pensiero scomodo avvolge Sergio Boem: suo nonno era un “abile cecchino”, e chissà come la sua vita di soldato si sarà intrecciata con quella dell’uomo che, dal 1918, giace inerme in quella fossa.

Inizia un dialogo diretto con quel soldato: dopo aver chiamato il soldato austriaco “lui”, nel testo comincia ad apparire il “tu”. “Eri venuto quassù a combattere per il tuo imperatore?”, gli domanda Sergio Boem nel dialogo immaginario. “Quanta distanza ci separa da quel tuo sacrificio e da pensieri, doveri e valori che oggi sarebbero ben poco compresi”. L’autore gli parla anche della sua terra – “Slovenia, Ungheria o Polonia?”, si domanda – spiegandogli quanto è mutata e quanto spesso, nel corso dei decenni, ha cambiato nazionalità. Un monito per reiterare l’assurdità della guerra, definita dal tenente Felix Hecht “miserabile e pidocchiosa”.

“Il mio-nostro desiderio rimane quello anche attraverso queste pagine che raccontano quanto accaduto durante la Grane Guerra – scrive Piergiorgio Motter, presidente della SAT tra il 2009 e il 2021, nell’introduzione del volume – possiamo imparare a far propri i messaggi di pace e cercare di mantenere vivo ed operante il loro ricordo e monito”. Oltre a questo, l’obiettivo del libro è anche quello di accendere i riflettori su quei 94 corpi “rimasti giovani per sempre” ai quali, si spera, verrà data una sepoltura definitiva.

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